Romeo e Giulietta, il dramma shakespeariano rivive a Verona

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L'opera di Charles Gounod, presentata all’Arena in occasione dell’89° Festival Lirico 2011, in onda in esclusiva su Classica tv (canale 728 di Sky) martedì 13 settembre dalle ore 20.35. Guarda un estratto e leggi l'intervista al regista Francesco Micheli

di Agata De Laurentiis*

Abbiamo incontrato Francesco Micheli. Regista in continua evoluzione, capace di parlare a parterre sempre diversi, Francesco Micheli ha curato la regia di Romeo e Giulietta, nuova produzione del Festival Arena di Verona 2011 che Classica (canale 728 di Sky) trasmetterà il 13 settembre a partire dalle ore 20.35.

Un grande Classico del repertorio francese nello spazio popolare dell’Arena di Verona. Come ti sei confrontato con la regia di Romeo e Giulietta?

L’occasione è rara: ricondurre Romeo e Giulietta nella città da cui è cominciato tutto. Non importa se i fatti raccontati all’origine da Matteo Bandello o da Luigi da Porto siano accaduti realmente. La vicenda dei due giovani veronesi ha reso quella città il santuario laico dell’amore. si tratta perciò di mettere in scena quella città: la Verona di allora e la Verona odierna. In scena i giovani Capuleti e Montecchi sognati dai loro coetanei di oggi. Un dialogo immaginario che racconta la perenne difficoltà di crescere e di essere liberi in un paese che non sembra essere per giovani. Il contenitore ideale di tale conversazione fantastica è il teatro: il globe theatre di Shakespeare ricostruito nel palco dell’arena.

Quali sono per un regista i pregi e i difetti di un palcoscenico all’aperto come quello dell’Arena?
L’impatto con in numeri è inevitabile: tutto è enorme, superlativo. Il timore iniziale è di essere schiacciato da tali dimensioni. Iniziando a lavorare ci si confronta invece con un mondo oceanico ma organizzato e sapiente, surreale – senza dubbio – ma metodico. Una grande occasione per dire cose maiuscole ad un pubblico così ampio…

Come hai lavorato con il cast?
Volevo raccontare un mondo dove ai giovani non è dato spazio reale d’azione autonoma. Ho creato perciò divisione netta tra i “grandi” e i “piccoli”: con Romeo, Mercuzio e gli altri il lavoro è stato indirizzato verso una recitazione dinamica, energetica, brillante, costretta a tradurre ogni intenzione musicale in spazio e movimento: i costumi di Silvia Aymonino hanno perciò fatto convivere antichi farsetti con i pantaloni da motociclista... Al contrario i Grandi (intesi sia per età ma soprattutto per potere) sono stati incastonati su grandi strutture (e qui l’immaginario di Edoardo Sanchi si è davvero sbizzarrito) in una recitazione statuaria e magniloquente: emerge così lo schiacciante rapporto di forza tra i padri (Capuleti, il Duca e persino Frate Lorenzo) che decidono il destino dei “piccoli”, qui davvero minuscoli a loro confronto.

Ormai sei un regista affermato che ha calcato i principali palcoscenici d’Italia ma di sicuro non dimentichi lo sperimentalismo e il forte impatto didattico del tuo primo approccio con la lirica. C’è qualcosa di tutto questo nel tuo Romeo e Giulietta? E nei tuoi prossimi progetti?
Amo l’opera perché parla a tutti: nessuno, se si pone in ascolto, può sentirsi escluso. Oggi buona parte dei giovani crede invece che il melodramma sia un medium che non li riguardi. È un pregiudizio contro il quale lotto sin dagli inizi dedicando a tale ricerca molto tempo: i ventenni di oggi sono il pubblico ideale cui penso quando mi occupo di opera lirica. Nella presente occasione ho sperato che l’Arena fosse straripante di adolescenti: io ne ho messi in scena cento che invadono lo spazio del palcoscenico perché sentono che quella storia li riguarda, è la “loro” storia e perciò se ne riappropriano. Questa è la mia ambizione nel lavoro registico e di ricerca, due sentieri distinti ma spero sempre più convergenti: la collaborazione stabile e continuativa con l’Orchestra Filarmonica della Scala mi sembra un ottimo segnale in questa direzione.

*Intervista tratta da Classica Magazine

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