Ciak si danza: Massimo Murru debutta in Onegin

Massimo Murru in "La dama delle camelie". Foto Marco Brescia. Archivio fotografico Fondazione Teatro alla Scala
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Il 3 novembre l’étoile del Teatro alla Scala sarà l’annoiato dandy protagonista della coreografia di Cranko. Un ruolo "che sognavo di fare da quando vidi ballare Carla Fracci" e che richiede "di essere anche attori, non solo danzatori”. L’INTERVISTA

di Chiara Ribichini

Finalmente Onegin. Il 3 novembre l’étoile Massimo Murru debutta al Teatro alla Scala di Milano nel ruolo del dandy ozioso, annoiato e disilluso dalla vita, protagonista del balletto di John Cranko su musica di Tchaikovsky. Un dramma danzato tratto dal romanzo in versi di Aleksandr Puškin sull'infelice amore di Tatjana per l'aristocratico Onegin, situazione che si capovolge nell'ultimo atto quando sarà lei a respingere i sentimenti del tormentato protagonista. Murru “sognava di essere Onegin da anni”, come confessa a Sky.it. Da quando, nel 1993, vide Carla Fracci interpretare Tatjana. “E’ stata una folgorazione, in ogni suo movimento c’era vita” ricorda.
Primo italiano nella storia ad essere invitato come ospite d’onore all’Opera di Parigi, uno degli interpreti preferiti dal grande coreografo contemporaneo Roland Petit, che proprio per lui ha creato alcuni dei suoi balletti più celebri, Murru è insieme con Roberto Bolle étoile del Teatro alla Scala. A differenza di quest’ultimo, però, non ama essere sotto i riflettori fuori dal palcoscenico.

Chi è Onegin?
E’ un personaggio estremamente complesso e pieno di sfaccettature. E’ annoiato da tutto e da tutti, ha quell’indifferenza un po’snob tipica di un aristocratico. E, allo stesso tempo, è un uomo che a un tratto si rende conto di aver buttato via la propria vita. E’ difficile rendere credibile tutto questo. Ci vuole un grande lavoro di introspezione per riuscire ad essere veri. E il fatto che non si tratti di una storia nota al grande pubblico non aiuta.

Bisogna essere un po’ attori?
Assolutamente sì. In questo Cranko è un coreografo rivoluzionario perché con lui la musica e i passi si fondono e scompaiono. E resta solo la storia. Non a caso il lavoro di preparazione passa anche attraverso la lettura dell’opera. Come accade per La dama delle Camelie o Romeo e Giulietta. Certo, è un balletto che presenta anche insidie dal punto di vista tecnico. I passi a due sono molto complessi e, per affrontarli, bisogna essere degli ottimi partner. Ma il banco di prova è lì: nella capacità di essere veri e di raccontare. In quel qualcosa che trasforma un danzatore in un artista. Per me è una grande sfida.

Una sfida che per te, come anche per Roberto Bolle che ha appena debuttato proprio in Onegin, arriva dopo vent’anni di carriera…
Arriva nel momento giusto: nella maturità. Da tempo desideravo scontrarmi con un personaggio così complesso. Da quando, nel 1993, vidi Carla Fracci danzare nel ruolo di Tatjana. Per me fu una rivelazione. Un’illuminazione. Pathos, verità, era tutto così reale. In ogni suo movimento c’era vita. E in quel momento mi sono detto: “Ecco, è questo che bisognerebbe sempre fare sul palcoscenico”.

Oltre alla Fracci ci sono altri artisti che hanno segnato la tua crescita professionale?
Ho avuto la fortuna di incontrare le persone giuste nel momento giusto. Come Elisabetta Terabust (nota ballerina italiana, ex direttrice del Teatro alla Scala, ndr). E’ stata lei a intuire che avrei dovuto conoscere Roland Petit. Ma devo molto anche a Sylvie Guillem (l’étoile di origine francese che per anni è stata la numero uno della danza al mondo, ndr) perché grazie a lei ho capito che danzare non è mettersi il bel costumino e incantare il pubblico con la propria bellezza e bravura. Un ballerino deve saper portare sulla scena non solo il suo bagaglio tecnico ed estetico, ma anche un’idea di chi è.

Eppure Sylvie Guillem è passata alla storia della danza per la sua bellezza e fisicità…
Ha avuto un successo immediato perché non c’era mai stata una danzatrice così alta, bella e con gambe capaci di raggiungere nel modo più naturale possibile altezze fino a quel momento mai viste. Ma Sylvie è ben altro. Proprio lei, alla quale tutto riusciva facile grazie a madre natura, è una delle persone che io ho visto lavorare di più in assoluto, chiedersi sempre il perché di ogni movimento. Perché è questa la chiave del discorso. Bisogna essere sempre più attori e sempre meno modelli altrimenti la gente viene a vedere te e non il balletto. E il rischio è che diventi più importante il nome che l’artista, così come spesso accade in tv. Il teatro vive di persone, non di personaggi.

Il teatro vive un momento difficile, soprattutto in Italia…
Essere giovani talenti oggi è molto più difficile rispetto a qualche anno fa. Quando io avevo vent’anni e pensavo al mio futuro vedevo un percorso ben preciso davanti a me. Oggi non è così. E’ il momento dell’incertezza, della precarietà. Colpa del momento in cui viviamo, certo, ma anche delle politiche che non aiutano il mondo del teatro ma, al contrario, non fanno altro che “tagliare”.

E alla frase "la gente non mangia cultura" che secondo i giornali sarebbe stata detta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti (che però ha smentito) cosa ti senti di rispondere?
E’ vero che la gente non mangia cultura, ma io che faccio cultura devo mangiare. Come la mettiamo? E’ un discorso semplicistico. E’ giusto rendersi conto della crisi economica ma non si può banalizzare tutto così. La stessa formula potrebbe essere applicata a tutti i settori. La gente non mangia neanche politica: potremmo dunque evitare di avere un numero così alto di parlamentari. Seguendo questa logica si finirebbe per lasciare aperte solo le botteghe del pane e poche altre attività. Certo, il teatro ha le sue colpe. Dietro tanti conti in rosso ci sono spesso anni di pessime gestioni e persone che hanno approfittato delle loro posizioni. Ma non è giusto che a pagarne le conseguenze siano oggi le giovani leve.

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