Scala, dal corpo all’idea: per Ventriglia il grande debutto

Una scena di "Immemoria", coreografia di Francesco Ventriglia. Foto: Rudy Amisano. Archivio fotografico Fondazione Teatro alla Scala
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Il danzatore vedrà per la prima volta andare in scena a Milano una sua coreografia: Immemoria, uno spettacolo sull’Olocausto."L’orrore è anche la semplice volgarità di un uomo che pensa di essere superiore agli altri". L'INTERVISTA

di Chiara Ribichini

“Mi emoziona più un sipario che si apre su una mia idea che sul mio corpo”. E’ il giorno del grande debutto per Francesco Ventriglia. Il coreografo italiano, le cui creazioni sono state rappresentate nei teatri più importanti al mondo come il Bolshoi di Mosca o l’American Ballet Theatre di New York, per la prima volta vedrà andare in scena un’opera tutta sua alla Scala di Milano, teatro dove ha iniziato a muovere i primi passi e dove si è formato. Immemoria, balletto che si muove sulle note della Sinfonia n.7 di Šostakovič, è infatti uno dei tre titoli di “Trittico Novecento”, in scena dal 27 maggio (in realtà dal 28 maggio a causa dello sciopero degli scaligeri contro il decreto Bondi). Giovanissimo, “compagno di sbarra” di Roberto Bolle, Ventriglia ha un curriculum che parla di un talento doppio: è un danzatore della Scala, scelto dai più importanti coreografi contemporanei come Jiří Kylián, Maurice Béjart, William Forsythe e Roland Petit per interpretare i ruoli principali dei loro balletti, ma è anche una giovane promessa della coreografia a livello internazionale che, a soli 32 anni, ha già ricevuto il premio Gino Tani e Leonide Massine.

Partiamo dal titolo: Immemoria. Che cosa sta a significare?
Vuol dire dimenticanza. Mi piaceva l’idea di titolare uno spettacolo che parla della memoria usando un termine che indica il suo opposto. La matrice dello spettacolo è quella dell’Olocausto. Attraverso le note della Sinfonia n. 7, composta da Šostakovič nel 1941 durante il bombardamento di San Pietroburgo da parte delle truppe naziste, si racconterà la storia di un’umanità interrotta: corpi come mappe umane lacerate, senza più tracce di memoria. Al centro di Immemoria c’è l’uomo e l’orrore di cui è ripetutamente capace. Sono partito da lì, dalla Shoah, per riflettere su quanto e come quel momento storico tenda a ripetersi. Nel corso degli anni sono iniziati molti altri Olocausti, ma in altre forme.

Che cos’è l’orrore e che cosa induce l’uomo a compiere il male?
L’orrore è anche la semplice volgarità di un uomo che pensa di essere superiore agli altri. All’origine del nazismo c’è proprio questo desiderio. E l’uomo tende a ripetere lo stesso errore commesso settant’anni fa. Si pensi all’Iran di Ahmadinejad. Nel mio spettacolo non racconto l’orrore di Auschwitz, ma parto da lì per fare un’ampia riflessione sull’uomo, immemore o manipolatore della memoria. Credo che per comprendere un male sia necessario viverlo. Solo così si può arrivare a una forma di consapevolezza. Ed è solo attraverso la memoria che l’uomo può innescare un percorso di evoluzione. La storia è e deve essere sempre maestra di vita.

La Sinfonia n° 7 di Šostakovič per i Russi rappresenta un inno alla libertà. Come lo hai reso in movimento?
L’idea di libertà è il pilastro dello spettacolo. La grammatica di Immemoria nasce da una ricerca intorno all’idea di implosione, di pesantezza, da cui poi si sviluppa la libertà. Mi sono ispirato alle danze di strada, all’hip-hop e al contemporaneo. Nei movimenti che uso c’è un continuo contatto con la terra, ma anche con la realtà. La mia è una danza reale e non regale, dove il contenuto è più importante dell’estetica. Sono un danzatore classico con la mente di un ballerino contemporaneo.

Le tue coreografie sono state rappresentate nei teatri più importanti al mondo, ma è la prima volta che una tua creazione è inserita nella programmazione della Scala. E per di più accanto a due opere di un “mostro sacro” della danza del Novecento come George Balanchine. Che cosa si prova?
Che dire? Mi sento in buonissima compagnia. Come se stessi viaggiando in business class. Ho ballato spesso le coreografie di Balanchine. Prima di essere un coreografo sono infatti un danzatore. E come tale ho avuto la possibilità di lavorare con i più importanti maestri contemporanei tra cui Jiří Kylián, Angelin Preljocaj, Mats Ek. Sono stato a contatto con tanti artisti, con le loro menti e i loro cuori. E ho potuto spiare “da dietro le quinte” le dinamiche attraverso le quali un’idea diventa movimento.

Nelle tue opere hai affrontato tematiche profonde, come la follia, la disabilità e ora l’Olocausto. Qual è per te il ruolo della danza?
Il teatro non deve essere demagogico. Deve essere tutto: leggero e impegnato. Io come uomo ho bisogno di approfondire determinati temi e lo faccio attraverso il teatro. E’ un’urgenza personale. Le mie coreografie sono tutte tappe importanti prima della mia vita e poi della mia carriera. Rispecchiano un uomo che abita il suo tempo.

Oggi ti senti più danzatore o più coreografo?
Entrambi. Ma certo mi emoziona molto di più un sipario che si apre su una mia idea che su un mio corpo.

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