Danza, Giuseppe Picone: "Servono riforme, non tagli"

L'étoile Giuseppe Picone. Foto: Roy Round
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L’étoile internazionale commenta il decreto Bondi e lancia un appello: “Una nuova legge si scrive entrando nei teatri” E sulle proteste: “Giusto scendere in piazza, ma si combatte anche sulla scena. Lo spettacolo deve andare avanti”. L’intervista

di Chiara Ribichini

Niente pause durante le prove, più lezioni obbligatorie e audizioni “di verifica” per tutti. Sono queste le basi da cui dovrebbe partire una riforma della danza. Non certo dai tagli. Ne è convinto Giuseppe Picone, étoile di fama internazionale, unico ballerino italiano voluto da Vladimir Vasiliev, ex direttore del Bolshoi Ballet e tra i più grandi danzatori della storia, nella serata di Galà organizzata al New York City Center in onore di dei suoi settant’anni lo scorso 27 marzo. Nato a Napoli, talento raro volato all’estero molto presto, pluripremiato e da anni conteso dalle compagnie più prestigiose al mondo, Giuseppe Picone solleva i problemi del “dietro le quinte” dei teatri italiani alla luce del decreto Bondi che, appena firmato dal presidente Napolitano, ha visto una mobilitazione immediata. Dalla Scala di Milano all’Opera di Roma, dal Carlo Felice di Genova al San Carlo di Napoli, tutti hanno protestato contro le nuove norme che prevedono, tra l’altro, il blocco delle assunzioni a tempo indeterminato fino al dicembre 2012, lo stop del turn over, la riduzione del 50% del contratto integrativo nel caso in cui non si giunga entro il nuovo anno alla firma del nuovo contratto nazionale (che di fatto manca dal 2003) e la possibilità di autonomia per tutte le fondazioni, non solo per la Scala e l’Accademia Santa Cecilia.

Danzatori, orchestrali e cantanti lirici, negli ultimi giorni i teatri italiani sono scesi in piazza per dire il loro no al decreto Bondi. Cortei ma anche prove aperte al pubblico e recite saltate. Una protesta così forte e compatta forse non c’era mai stata, come mai?
E’ stata una reazione molto forte e immediata, dettata probabilmente dalla paura che molti teatri possano chiudere i battenti nel giro di pochi anni. Scendere in piazza è il modo più efficace per rendere visibile a tutti il danno enorme che questo decreto porta alla danza. A mio avviso, però, lo spettacolo non doveva essere fermato. Si poteva andare in scena e magari leggere un comunicato sindacale durante l’intervallo. Contro i tagli si combatte sul palcoscenico.

Si è parlato tanto dei tagli, ma il decreto Bondi prevede anche l’abbassamento dell’età pensionabile da 52 a 45 anni, da tempo invocato dai danzatori…
Sì certamente, questo è un elemento estremamente positivo. Dopo tanti anni di lavoro il corpo è stremato, non ce la fa più. Nei teatri italiani oggi l’età media dei danzatori è molto alta, il 60% del corpo di ballo spesso ha superato i 45 anni. E questo va a discapito anche della qualità perché è chiaro che a quell’età non si ha l’agilità di un ventenne. Ma anche qui la paura è che dietro questa norma si celi un escamotage per evacuare i teatri. All’Arena di Verona, ad esempio, dati anagrafici alla mano, rimarrebbero solo sette o otto danzatori. E chi ci assicura che verranno prese nuove leve? Una mossa simile era già stata fatta alcuni anni fa. E la conseguenza immediata è stata che a Venezia, Genova, Trieste, è scomparso il corpo di ballo ed è rimasta solo l’orchestra Il decreto nasce dai conti in rosso dei teatri.

Tu hai ballato per tanti anni all’estero. America, Inghilterra, Francia. Tutte nazioni dove la danza è una forma artistica di punta e c’è la caccia all’ultimo biglietto ogni sera. Che cosa c’è che non funziona in Italia?
C’è un problema culturale nel nostro Paese che va al di là della danza. Siamo la culla dell’arte eppure non sappiamo valorizzarla. Ma c’è anche un sistema “dietro le quinte” che va cambiato. La danza ha bisogno di riforme. Ci sono leggi datate che non funzionano più, ma anzi sono diventate un impedimento per il lavoro. In Italia, ad esempio, un danzatore è obbligato a fare solo 12 lezioni al mese. Negli altri giorni può presentarsi direttamente alle prove, senza l’allenamento. E’ assurdo, la lezione quotidiana è il pane della danza, è un modo non solo per tenersi in forma, ma per continuare a studiare e a migliorare. In questo modo ci si affida al buon senso dell’artista ed è chiaro che non può funzionare un discorso di questo tipo. E’ come se si dicesse a uno studente che può frequentare la scuola solo tre volte alla settimana.
Un altro problema è l’esistenza della pausa durante le prove. In Italia, e ci tengo a sottolineare che avviene solo nel nostro Paese, ogni ora sono previsti 15 minuti di stop, in cui i danzatori devono uscire dalla sala. Possono restare sul palco solo gli ospiti. Trovo assurdo che nel pieno di un pas de deux “suoni la campanella”, l’orchestra si fermi e i ballerini siano costretti ad interrompersi.

La danza secondo te ha dunque bisogno di una riforma dall’interno …
Sì, il mio invito ai politici è proprio questo: entrate a teatro, trascorrete una giornata di prove insieme a noi. E’ l’unico modo per capire quali sono i problemi della danza. E per trovare una soluzione è importante a mio avviso anche guardare al di là dei nostri confini. Come accade in mille altri casi, si cerca di vedere e si analizzano altri “sistemi” per prendere spunto.

Come si svolge una giornata tipo di un danzatore dell’American Ballet o dell’Opera di Parigi?
Funziona così: se è prevista una prova dalle 11:30 alle 15 si lavora ininterrottamente e sta ai danzatori sfruttare i momenti in cui non sono in scena per riposarsi. E c’è un’altra cosa che manca in Italia: lo stimolo a migliorarsi. Come spesso accadE anche in altri settori, la stabilità, il tempo indeterminato può avere come conseguenza che il lavoratore si lasci andare. Un modo per affrontare questo problema può essere prevedere continue audizioni per tutti, anche per chi ha il suo “posto alla sbarra” assicurato. All’Opera di Parigi, ad esempio, ogni anno c’è un concorso per passare di categoria. Lo fanno tutti. E’ un modo non solo per avere una nomina superiore ma, ovviamente, anche per alzare il proprio stipendio.

Hai trascorso tanti anni all’estero, cosa ti ha spinto a rientrare?
Sono stato costretto ad andare via dall’Italia. A 16 anni sono stato invitato in Francia a ballare come solista. Frequentavo il sesto corso dell’Accademia Nazionale di danza di Roma, non ero neanche diplomato. Ho capito subito che per crescere come artista dovevo cogliere le occasioni e partire. Ho vissuto tanti anni in America, poi ho scelto di rientrare in Italia. Volevo tornare a ballare a casa. Nel nostro Paese c’è un pubblico meraviglioso. In cui però non si vede mai un politico. Ho incontrato nei camerini la regina Elisabetta, Bill Clinton, Lady D. Qui mai nessuno.

GIUSEPPE PICONE IN LE CORSAIRE


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