Caccia ai rinoceronti, la prova del Dna per inchiodare i bracconieri

(Getty Images)
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Grazie a un sistema che traccia il corredo genetico degli animali, è possibile "collegare" i corni ai corpi degli esemplari uccisi. Una prova che è stata già usata in tribunale e ha portato a 120 condanne

Come su una scena del crimine, per individuare il colpevole non si tralascia nessun elemento. Neppure il test del Dna. Il “Rhino DNA Index System” è il metodo che trasforma questi dati in una traccia: è, infatti, una sorta di anagrafe che permette di collegare i corni sequestrati ai bracconieri con i rinoceronti uccisi.

I risultati del Dna Index

Il sistema preleva campioni di Dna e ne custodisce i dati. Per poi confrontarli con quelli estratti dai corni commercializzati dai bracconieri. In questo modo si può costituire un legame tra “il bottino” (i corni) e la prova del delitto (la carcassa dell'animale o anche una semplice macchia di sangue). Una ricerca pubblicata su Current Biology ha fatto il punto sui risultati conseguiti da questo metodo. Dal 2010 a oggi, il “Rhino DNA Index System” è stato usato in 5.800 casi forensi. E in 120 ha consentito di provare il legame tra corni e animali uccisi.

La minaccia del bracconaggio

I colpevoli sono stati individuati grazie al Dna in alcune inchieste condotte tra Sud Africa, Namibia e Kenya, portando a condanne comprese tra i 15 mesi e i 29 anni. I delitti sono stati spesso compiuti all'interno di parchi nazionali protetti, in barba ai vincoli imposti dalle autorità locali e ai rischi di pene molto severe. La popolazione di rinoceronte nero, sostengono i numeri riportati dallo studio, è diminuita da diverse centinaia di esemplari nel 19esimo secolo ai circa 65mila del 1970, fino ai 2.400 del 1995. Una tragedia naturale dovuta alla caccia, allo sfruttamento del terreno e al bracconaggio. Nonostante le tutele, gli episodi di bracconaggio registrati dalle autorità sono aumentati in modo sensibile in Sud Africa: dai 13 del 2007 si è passati ai 1.215 del 2014.

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