Nasa, 50 anni fa la prima tragedia spaziale

Virgil Grissom, una delle tre vittime (Getty Images)
1' di lettura

Il 27 gennaio 1967 l'incendio, durante un'esercitazione, della capsula della missione Apollo 1 pose fine alla vita dell'equipaggio, composto da tre persone, e rischiò di bloccare il programma spaziale statunitense. A distanza di mezzo secolo, nella stazione di Cape Canaveral, il ricordo delle vittime

Il 27 gennaio 1967 la Nasa si trovò costretta a fare i conti con la sua prima tragedia in un progetto spaziale: nell'incendio dell'Apollo 1, generatosi durante un'esercitazione, morirono i tre membri dell'equipaggio. L'episodio fece quasi naufragare l'intero programma lunare americano, che in quel momento appariva in ritardo rispetto a quello sovietico.

 

In programma le prove generali per il lancio – Nel pomeriggio del 27 gennaio 1967 a Cape Kennedy, il Centro spaziale statunitense di Cape Canaveral, era in pogramma la prova generale del conto alla rovescia per il primo lancio di una navicella Apollo con equipaggio, previsto per il 21 febbraio successivo.


Grissom, White e Chaffee i primi morti "spaziali" – La navetta era posizionata sulla piattaforma, e all'interno della capsula c'erano tre astronauti: Virgil Grissom, veterano del programma Mercury; Ed White, il primo statunitense ad aver realizzato una passeggiata spaziale; e la recluta Roger Chaffee. Il giorno successivo, però, i loro nomi sarebbero apparsi sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, che annunciavano la prima tragedia dell'era spaziale. Per la prima volta, infatti, tre astronauti erano deceduti a bordo della loro navetta. Nei precedenti sette anni di pionierismo non si era contata alcuna vittima.


Cosa è accaduto – Quel pomeriggio si era capito subito che qualcosa non andava: le comunicazioni tra la navetta e la torre di controllo si interrompevano a tratti, c'erano delle interferenze. Tanto che Grissom esclamò: "Come pretendete che comunichiamo dalla Luna se non riusciamo a farlo a tre edifici di distanza?". La capsula era obsoleta, ma era l'unica disponibile; il modello numero 2, quello che avrebbe dovuto andare sulla Luna, era ancora in costruzione. Oltre alle interferenze, secondo le testimonianze, vi era un'altra serie di piccoli problemi: un odore strano e delle inspiegabili oscillazioni del voltaggio.

 

L'incendio – Alle sei e mezza di sera, dopo più di cinque ore in cui erano rinchiusi dentro la navetta, gli astronauti erano finalmente riusciti a simulare il conto alla rovescia fino al momento in cui la capsula doveva scollegarsi dall'alimentazione esterna per proseguire con la propria. Fu allora che gli strumenti della sala di controllo registrarono dapprima dei movimenti bruschi all'interno della navetta, e poi un incremento del flusso di ossigeno seguito a un picco di voltaggio. Dentro non c'erano telecamere, ma dalle ricostruzioni si suppone che a scatenare l'inferno sia stata una scintilla. In un'atmosfera di ossigeno puro a pressione, bastarono pochi istanti perché l'incendio si propagasse in tutta la cabina.

 

Morti per i gas tossici – Grissom tentò invano di aprire la capsula. Si udirono esclamazioni in cui l'unica parola comprensibile era "fuoco", poi grida di dolore. Dagli scafandri andati in fiamme entrarono i gas tossici sprigionati dall'incendio. La causa ufficiale della morte dei tre astronauti fu infatti l'inalazione di monossido di carbonio.




La cerimonia al Kennedy Space Center – L'inchiesta successiva portò alla luce una serie di difetti della navetta che costrinse la Nasa a bloccare le missioni, che ripresero solo un anno e mezzo dopo. Per celebrare il tragico evento, a Cape Canaveral, 50 anni dopo si è tenuta la cerimonia in ricordo della tragedia dell'Apollo 1 e di tutti i caduti delle missioni spaziali.

Leggi tutto