PubPeer, polemiche per il sito che fa le pulci agli studi scientifici

Anche le ricerche scientifiche più accurate sono soggette a errori, che altri esperti possono rilevare (Getty Images)
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Dal 2012 un sito offre alla comunità degli studiosi uno spazio per criticare le ricerche in forma anonima, rivelando diversi errori. Ma ora un tribunale americano potrebbe permettere di risalire all'identità degli utenti

Una comunità di utenti esperti in grado di evidenziare le pecche o le vere e proprie frodi degli studi scientifici. E, soprattutto, uno spazio che offre il completo anonimato. Questa è, dal 2012, la missione di PubPeer.com: portare alla luce gli errori contenuti negli studi scientifici con rapidità e oggettività. Il servizio, del resto, ha una sua ragion d'essere. Scrivere una lettera alla rivista che ha pubblicato uno studio poco attendibile, infatti, potrebbe impiegare mesi per raggiungere il suo scopo: il ritiro della pubblicazione. PubPeer, al contrario, dà la possibilità di interagire, con la libertà dell'anonimato, in tempi brevissimi.

 

I successi e le polemiche - In passato la comunità è riuscita, in effetti, a rivelare alcuni errori eclatanti come le quattro imprecisioni contenute in un paper pubblicato sulla rivista Cell nel 2013 e riguardante la creazione di cellule staminali tramite clonazione. L'autore dello studio, Shoukhrat Mitalipov recitò il mea culpa e attribuì gli errori alla fretta di pubblicare; d'altronde la rivista accettò lo studio in soli tre giorni. Eppure, non sono venute meno neanche le critiche. Sì, perché dietro allo schermo del web potrebbero celarsi vendette personali e varie strumentalizzazioni. Per questo la regola numero uno del sito è proprio quella di postare solo informazioni “pubblicamente verificabili” al fine di “evitare speculazioni sulle intenzioni degli autori”. L'ultimo grosso caso che ha investito PubPeer, tuttavia, potrebbe mettere in forse la tutela dell'anonimato degli utenti.

 

Il caso giudiziario – A breve la Corte d'appello del Michigan dovrà decidere se forzare PubPeer a rivelare l'identità di alcuni utenti nell'ambito di una causa legale avviata nel 2014 dal ricercatore Fazlul Sarkar, che all'epoca dei fatti era impiegato presso la Wayne State University di Detroit. L'anno precedente uno studio di oncologia da lui pubblicato era stato messo sotto accusa da alcuni utenti di PubPeer i quali avevano notato similitudini sospette fra immagini appartenenti a due diversi studi scientifici. Secondo il dottor Sarkar questi commenti attribuivano alla sua figura una vera e propria frode scientifica. Un'insinuazione talmente grave da essergli costata il ritiro dell'offerta di una cattedra precedentemente promessa dall'Università del Mississippi. Secondo il legale che difende PubPeer però, solo la prova di affermazioni mendaci da parte degli utenti configurerebbero la diffamazione e dunque l'obbligo da parte del sito di rivelare le identità delle persone coinvolte. L'ultima parola in merito, ora, spetta alla Corte.

 

Un servizio, o un pericolo per gli studiosi? – La decisione della giustizia americana chiarirà se l'anonimato garantito da piattaforme come PubPeer debba essere tutelato. Secondo molti, la libertà di poter fornire prove verificabili senza esporre la propria identità (e, dunque, reputazione e carriera) è considerata fondamentale. Dalla parte di questo sistema di revisione informale si era anche schierato il "New York Times", per il quale gli utenti di PubPeer e di altri portali analoghi sarebbero accomunati dal “fiuto per i dati che sembrano troppo belli per essere veri”. Il loro lavoro, inoltre, potrebbe facilitare il compito di revisione basato finora esclusivamente sulla laboriosa replica dei risultati degli studi scientifici, ossia il metodo di verifica principe per vagliare la validità delle ricerche.

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