Tubercolosi, 49 milioni di vite salvate grazie a diagnosi e terapie

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La malattia provoca due milioni di morti all'anno, come ha reso noto l'Organizzazione mondiale della Sanità in occasione del “World Tb Day”

La tubercolosi rappresenta ancora oggi una delle prime dieci cause di morte al mondo. Lo rende noto l'Organizzazione Mondiale della Sanità in occasione del “World Tb Day”. Secondo un rapporto del più grande ente medico mondiale, ogni anno sono quasi due milioni le persone uccise dal virus, fra queste il 95% si trova nei Paesi in via di sviluppo.

 

I numeri della Tubercolosi – Sono dati importanti quelli comunicati dall'Oms riguardo alla patologia. La tubercolosi è provocata da un batterio – il Mycobacterium tuberculosis – che entra nei polmoni attraverso il contagio aereo. Solamente tra il 2000 e 2015, scrive l'Oms, ben 49 milioni di vite sono state salvate grazie a diagnosi e terapie efficaci, ma in diversi Paesi in via di sviluppo la situazione non è ancora sotto controllo. Secondo i dati dell'Oms nel 2015 sono state registrate più di 10 milioni di nuove infezioni (di cui circa 60mila nell'Unione europea) e 480mila persone hanno sviluppato una forma multiresistente ai farmaci. Il 60% dei casi a livello mondiale si presenta in sei nazioni: all'India seguono l'Indonesia, la China, la Nigeria, il Pakistan e il Sudafrica. L'Oms ha voluto dedicare la giornata di quest'anno alle azioni giudicate necessarie ad abbattere discriminazione e marginalizzazione legate alla malattia e a superare le barriere che impediscono l'accesso alle cure. È stato stimato che nel 2015 ancora un terzo delle persone malate di tbc a livello mondiale non ha avuto un regolare accesso a cure di qualità.

 

Non tralasciare nessuno - “Leave No One Behind” è lo slogan della campagna “Unite to End Tb”, avviata nel 2016 per raggiungere entro il 2030 l'obiettivo di ridurre del 90% il numero di decessi per tubercolosi e dell'80% l'incidenza dei casi rispetto al 2015. Proprio in occasione del “World Tb Day”, l'Oms ha lanciato nuove linee guida per aiutare i Paesi a migliorare le cure e gli standard di protezione nei riguardi di una malattia che uccide 5mila persone al giorno. Il più grande focolaio riguarda proprio quei gruppi che già affrontano sfide socio-sanitarie importanti: migranti, rifugiati, prigionieri, minoranze etniche, ma anche anziani, donne e bambini. I fattori di rischio di contrarre la malattia sono legati alla povertà, alla malnutrizione e alla mancanza di igiene, insieme ad hiv, diabete, consumo di alcol e tabacco. I cinque obblighi che l'Oms ha indirizzato ai governi, agli operatori sanitari, alle ong e ai ricercatori sono: assicurare ai pazienti il supporto sociale necessario, evitare l'isolamento dei malati prima di aver provato tutte le opzioni terapeutiche e solo in determinate condizioni, consentire l'accesso alle cure standard a tutti i malati, assicurare un ambiente di lavoro sicuro per gli operatori sanitari e condividere i dati delle ricerche.

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