Sclerosi multipla: autotrapianto staminali ne rallenta la progressione

Il trattamento della sclerosi multipla tramite autotrapianto di cellule staminali del sangue può rallentare il decorso della malattia (Getty Images)
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È quanto emerge da uno studio condotto tra il 1995 e il 2006 su 281 pazienti affetti da questa patologia allo scopo di verificare l’efficacia del trattamento per un periodo abbastanza lungo da fornire dati attendibili

L’autotrapianto di cellule staminali sarebbe in grado di fermare a lungo la progressione della sclerosi multipla. È quanto emerge da uno studio italo-inglese condotto dall’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze e dall’Imperial College di Londra. Per la ricerca, pubblicata sulla rivista Jama Neurology, sono stati analizzati i dati di 281 pazienti affetti da sclerosi e sottoposti ad un autotrapianto di staminali del sangue tra il 1995 e il 2006 in 15 centri di 13 Paesi diversi. Lo scopo principale dello studio è stato verificare l’efficacia del trattamento per un periodo sufficientemente lungo da fornire riscontri attendibili.

 

La sclerosi multipla – La sclerosi multipla è una malattia autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale. Senso di stanchezza, disturbi della vista e dell’equilibrio oltre alla difficoltà nel muovere gli arti, sono tra i sintomi più tipici della patologia. Non è stata ancora scoperta alcuna terapia in grado di guarirla, ma sono diversi i farmaci che possono rallentarne l’evoluzione. La sclerosi multipla colpisce circa 2,3 milioni di persone nel mondo ed è più frequente nelle giovani donne.

 

Il trattamento con le staminali – “La procedura – spiega il dottor Riccardo Saccardi, ematologo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze – consiste nel prelievo di cellule staminali del sangue mediante una chemioterapia e la somministrazione di farmaci che fanno uscire le cellule staminali dal midollo osseo per andare nel sangue”. I pazienti vengono, quindi, sottoposti ad alte dosi di chemio allo scopo di distruggere il sistema immunitario difettoso. Successivamente le staminali vengono reimmesse nell’organismo per via endovenosa attraverso una normale trasfusione. Così, il sistema immunitario viene “resettato” e si rigenera a partire dalle cellule prive del difetto che causava la malattia. I ricercatori italo-inglesi hanno monitorato 281 pazienti che hanno seguito questo trattamento tra il 1995 al 2006 e li hanno seguiti ancora in media per sette anni dopo la procedura. Risultato? Il 46% delle persone trattate ha beneficiato di un arresto della progressione della malattia a cinque anni dal trapianto. Una percentuale minore ha riscontrato un miglioramento dei sintomi.

 

I rischi dell’autotrapianto – La procedura dell’autotrapianto, però – avvertono i ricercatori – non sarebbe totalmente priva di rischi e, per questa ragione, andrebbe somministrata a pazienti opportunamente selezionati. Di quelli presi in esame per lo studio, otto sono morti nei primi cento giorni dal trapianto. Il rischio di complicazioni fatali si è ridotto quando il trapianto è avvenuto in una fase precoce della malattia. “Negli ultimi 5 anni – aggiunge il dottor Saccardi – la mortalità riportata al Registro Europeo è dello 0,34% per effetto della migliore selezione dei pazienti e dell’evoluzione della tecnica di trapianto”.

 

L’efficacia delle staminali – Secondo i ricercatori, è importante effettuare un confronto tra le più moderne terapie oggi disponibili e il trapianto. “Sapevamo da altri studi – spiega il professor Paolo Muraro, neurologo presso l’Imperial College of Medicine di Londra - che questo trattamento può essere molto efficace nel breve e medio termine (2-4 anni) ma nel lungo termine (5 anni e più) vi erano solo studi in piccoli numeri di pazienti. Con questo studio abbiamo raccolto evidenze che sostengono un effetto duraturo del trattamento”.

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