Hiv in Italia: calano i casi, ma resta il ritardo nelle diagnosi

Nel 2015 sono state riportate 3444 nuove diagnosi di infezione da Hiv in Italia (Fotogramma)
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Lo afferma l'Istituto superiore della sanità, secondo il quale nel nostro paese l'incidenza del fenomeno conta 5,7 nuovi casi ogni 100mila residenti. A livello europeo siamo al 13° posto

Il 2015 è stato l'anno che ha fatto segnare un leggero calo nelle diagnosi di infezione da Hiv in Italia. Lo afferma, nel suo bollettino aggiornato, l'Istituto superiore di sanità (Iss), secondo il quale lo scorso anno sarebbero diminuiti anche i casi di Aids. Tuttavia, secondo la ricerca, rimarrebbe ancora troppo elevata la quota di coloro che scoprono troppo tardi di aver contratto l'infezione.

 

I numeri delle diagnosi – Sono 3444 i nuovi casi di Hiv diagnosticati nel 2015 all'interno nostro paese, un dato che porta l'incidenza del fenomeno a 5,7 nuovi casi ogni 100mila residenti. L'Italia si colloca, così, al 13° posto in termini di incidenza fra i paesi membri dell'Unione Europea che vede ai primi posti Gran Bretagna, Portogallo, Spagna e Germania. Fra le nostre regioni quelle dove si è registrata la più alta incidenza del fenomeno sono state il Lazio, la Lombardia, la Liguria e l'Emilia-Romagna. Ma è il tema diagnosi che evidenzia ancora importanti ritardi a livello nazionale. "Nel 2015 – si legge nel rapporto - il 32,4% delle persone con una nuova diagnosi di infezione da Hiv aveva eseguito il test per la presenza di sintomi Hiv-correlati; il 27,6% in seguito a un comportamento a rischio non specificato e il 13,2% nel corso di accertamenti per un’altra patologia".

 

Più uomini che donne – Molto dipende anche dal sesso: fra le persone che hanno scoperto di aver contratto il virus da immunodeficienza umana nel 2015, il 77,4% erano maschi. L'età media dei nuovi contagiati è di 39 anni per i maschi e di 36 anni per le femmine, anche se l’incidenza più alta è stata osservata tra le persone comprese tra i 25 e i 29 anni (15,4 nuovi casi ogni 100mila residenti). "Nel 2015 – comunica l'Iss - la maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv era attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituivano l'85,5% di tutte le segnalazioni (eterosessuali 44,9%; maschi con maschi 40,6%)". Nel 2015, il 28,8% delle persone diagnosticate come Hiv-positive nel nostro paese era di nazionalità straniera. La suddivisione tra Italiani e stranieri residenti ha portato a misurare un’incidenza del fenomeno di 4,3 nuovi casi ogni 100mila Italiani residenti e di 18,9 nuovi casi ogni 100mila stranieri residenti. Le regioni con la più alta incidenza di contagio degli stranieri sono state Abruzzo, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. E se tra gli stranieri la quota maggiore di casi era rappesentata da donne eterosessuali (36,9%); i più colpiti fra gli Italiani sono invece i maschi omosessuali.

 

L'Aids, dall'inizio dell'epidemia a oggi – Il rapporto dell'Iss fa partire la sua indagine sull'Aids dal 1982. Da allora in Italia sono stati accertati oltre 68mila casi di immunodeficienza acquisita; di questi, circa 43mila hanno portato alla morte del paziente. "Nel 2015 - si legge ancora nel documento - poco meno di un quarto" delle persone alle quali era stato diagnosticato l'Aids "aveva eseguito una terapia antiretrovirale prima della diagnosi", vale a dire stava già eseguendo una cura contro la malattia e quindi era già consapevole di essere malato. Nell'ultimo decennio è anche aumentata "la proporzione delle persone con nuova diagnosi di Aids che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere Hiv-positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di Aids": una percentuale passata "dal 20,5% del 2006 al 74,5% del 2015".

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