La passione per i cibi salati? Può dipendere dal Dna

Il sale aumenta i rischi per la salute del cuore (Getty Images)
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Una ricerca preliminare dell'Università del Kentucky mostra come una comune variante genetica porti maggiore sensibilità verso il gusto amaro, spesso controbilanciato dall'uso di maggiori quantità di sale

Mangiare cibi troppo salati potrebbe dipendere da una predisposizione genetica: è questo il quadro delineato dai risultati preliminari di una ricerca condotta dall'Università del Kentucky (Stati Uniti) e presentata in un incontro dell'American Heart Association. Lo studio ha esaminato un campione di 407 persone considerate a rischio di malattie cardiache e ha tracciato le loro abitudini alimentari mettendole in relazione ad alcune varianti genetiche. È così emerso che, fra i soggetti che posseggono una comune variante del gene TAS2R38, la probabilità di consumare più sale rispetto alla dose raccomandata cresce di 1,9 volte risultando, dunque, quasi doppia rispetto alla norma.

La percezione dell'amaro – Un precedente studio aveva già evidenziato come i possessori della medesima variante del gene TAS2R38 fossero inclini a evitare cibi salutari come i broccoli e le verdure a foglia larga: all'origine di questa repulsione ci sarebbe una maggiore sensibilità, da parte di questi soggetti, verso il gusto amaro. Sapore che loro tenderebbero a coprire usando più sale. Come ha dichiarato al Telegraph la principale autrice della ricerca, la PhD student Jennifer Smith dell'università del Kentucky, “ci sono alcuni studi che suggeriscono che chi assapora più intensamente l'amaro è anche più sensibile al salato e l'apprezza maggiormente”. Con la conseguenza di assumerne dosi più elevate.

 

L'importanza di moderare il sale – L'American Heart Association ha ricordato che contenere le quantità di sale nella dieta sia importante per moderare l'innalzamento della pressione sanguigna, che a sua volta aumenta i rischi di attacco cardiaco e ictus: la dose quotidiana raccomandata non supera il grammo e mezzo al giorno, con un massimo tollerabile di 2,3 grammi (l'equivalente di un cucchiaino da tè).  

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