Decreto Pa, ok alla fiducia. Madia: nessuna marcia indietro

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Con 160 sì e 106 no passa al Senato il testo di riforma della pubblica amministrazione, che torna alla Camera. Il ministro spiega la cancellazione della quota 96, che sbloccava 4mila pensionamenti nella scuola. E in Aula continua l'esame del ddl Boschi

Il Senato ha votato la fiducia al governo sul decreto di riforma della pubblica amministrazione. I voti a favore sono stati 160 contro i 106 no. Ora il dl torna alla Camera. Ad annunciare la questione di fiducia su un emendamento sostitutivo dell'articolo 1 del decreto è stato in Aula il ministro per le Riforme e per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi. Passa così il maxi emendamento, ovvero il testo della Camera così come modificato dalla commissione Affari Costituzionali del Senato, con quattro emendamenti presentati dal Governo in materia di pensione, tra cui la cancellazione della soluzione per quota 96, i 4mila pensionamenti nella scuola, e l'abolizione dei pensionamenti d'ufficio già a 68 anni, quindi con due anni di anticipo, per professori universitari e primari. Il testo recepisce anche il parere della commissione Bilancio di Palazzo Madama, che fa salve le aspettative in corso per i magistrati con incarichi nella Pa. Il provvedimento deve essere convertito entro il 23 agosto. 

Madia: "Nessuna marcia indietro del governo" - Prendendo la parola in Aula al Senato poco prima che il governo ponesse la fiducia sul decreto, il ministro Pa Marianna Madia ha voluto sottolineare che da parte del governo non c'è stata "nessuna marcia indietro". "La cancellazione di 'quota 96' (una delle modifiche annunciate lunedì al dl che sbloccava 4mila pensionamenti nella scuola, ndr) dal dl Pa ha diverse ragioni" spiega. “Con questo provvedimento iniziamo un percorso di rinnovamento, iniziamo a invertire una tendenza, a ridare speranze a generazioni che, per molto tempo, sono state tradite. "Non si sono create le condizioni per un intervento sui quota 96” continua. E sottolinea: “Lunedì il presidente del Consiglio ha detto che entro agosto ci sarà un intervento strutturale sulla scuola, all'interno del quale si affronterà il tema delle entrate degli insegnanti nella scuola, delle precarietà e del rinnovamento”.

Madia: “Non scomodare il Colle” - Poi, replicando ai senatori dell’opposizione che hanno criticato la 'morbidezza' con cui gli uffici legislativi della presidenza valutano il contenuto dei decreti del governo Renzi, Madia ha invitato a "non scomodare il Quirinale". E ribadisce: “La firma di Napolitano è stata messa sul decreto uscito dal consiglio dei ministri e i rilievi del ministero dell'Economia sono stati fatti sulle norme introdotte nel corso del normale confronto in Parlamento. Quindi non c'è nessuna marcia indietro del governo e nessun problema di firma del capo dello Stato, precedente, lo ribadisco, alla discussione che si è svolta alla Camera".

Continua l’esame del ddl Boschi - Intanto, al Senato, viaggia spedito il ddl Boschi, grazie anche alla decisione - dei relatori Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli - di rinviare a mercoledì gli articoli più delicati, relativi a leggi di iniziativa popolare, referendum, platea per l'elezione del Capo dello Stato, funzioni legislative del Senato. Punti sui quali i relatori saranno chiamati a trovare una riformulazione che non scontenti troppo opposizioni e dissidenti interni e per arrivare così in Aula con una nuova proposta. Il dibattito, complice anche il prolungato Aventino del M5S, con Lega che invece è rientrata, ha permesso di mettere altri paletti al disegno del Senato dei 100 e non solo, con l'ok dell'Assemblea, ad esempio, allo stop ai dl omnibus, iper-utilizzati negli ultimi tempi. Il futuro Senato, inoltre, non potrà deliberare lo stato di guerra, e potrà disporre inchieste parlamentari solo in merito alle autonomie territoriali. Reste appannaggio della Camera, invece, il potere di amnistia e indulto, al centro dell'emendamento Casson. Il governo, a dispetto dell'emendamento che dava al Senato poteri sui temi eticamente sensibili sui quali è andato sotto, si è rimesso all'Aula e la maggioranza, per soli 2 voti e con l'assenza, fortuita, di tre dissidenti Pd, ha avuto la meglio. L'articolo 18, nonostante il rientro dei 5S in Aula, è stato così mantenuto e un ulteriore sasso è stato divelto dal binario delle riforme.

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