Partiti, in 3 anni stop a finanziamenti. Grillo: una truffa

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Il Consiglio dei ministri approva il ddl che abolisce gradualmente i contributi. Critiche dal M5S, ma sono tante le reazioni. Marcucci (Pd): "Non mi piace il meccanismo del 2 per mille". Il ministro Quagliarello: “Va a favore della democrazia”

Dal 2017 i partiti non riceveranno più soldi dallo Stato, e vivranno dei contributi dei cittadini che a loro volta potranno detrarre dalle tasse parte delle somme versate. Questo il cuore del disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri il 31 maggio, che abroga dunque il finanziamento pubblico già dimezzato un anno fa. Una vera e proprio rivoluzione che fa fibrillare Pdl e Pd, i cui dirigenti hanno fatto sentire la loro voce. Con dubbi e tensioni, trasversali, espressi anche durante il Consiglio dei ministri, soprattutto sulla scarsa gradualità dei tagli. Ma Enrico Letta non ha accettato rinvii. "Ne va della credibilità del sistema politico" ha detto. Le critiche più dure sono arrivate dal leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo che ha parlato di "legge truffa". E, alle obiezione che comunque i partiti riceveranno servizi dallo Stato, il ministro per le riforme Gaetano Quagliariello ha obiettato: "Non è una legge contro i partiti, ma per la democrazia e la trasparenza".

Perplessità arrivano anche dal senatore del Pd Andrea Marcucci. "Il meccanismo del 2 per mille (il ddl prevede che dalla compilazione del 730 di maggio 2015 i contribuenti potranno decidere di destinare il 2 per mille delle proprie imposte al loro partito, ndr) mi sembra prefiguri una sorta di obbligatorità che non mi piace affatto" dice intervistato da Radio Radicale. Sul 2 per mille "c'è una soglia massima, oltre la quale non si può andare, e questo sicuramente è positivo. Ma la cosa più giusta da fare sarebbe stata che ai partiti vanno solo quei soldi specificamente espressi. Per quel che mi riguarda così dovrebbe essere anche per la Chiesa. Non si capisce perchéper le quote non espresse ci debba essere una redistribuzione proporzionale, e su questo interverrò con emendamenti in sede di discussione parlamentare". Marcucci ha tuttavia espresso apprezzamento per l'azione del governo Letta, che "nonostante un dibattito interno ha voluto affrontare il tema, ha voluto portare un provvedimento".
Plaude al “coraggio di Letta e Alfano per aver fatto la legge” il capogruppo Pdl alla Camera Renato Brunetta in un’intervista al Messaggero. E aggiunge: “Ora bisogna adottare lo stesso criterio anche per i sindacati e la Chiesa".

Già prima del Cdm sono arrivate critiche da esponenti del Pdl (come Fabrizio Cicchitto e Altero Matteoli): il vice tesoriere Maurizio Bianconi ha ricordato che il partito è stato costretto a disdire i contratti a termine per lo stop ai fondi pubblici. Duro anche il tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, mentre quello del Pd, Antonio Misiani invita al realismo ("la riforma va fatta: l'errore peggiore sarebbe non cambiare le cose quando ormai metà degli elettori non vanno a votare"). Il testo definitivo del ddl è arrivato sul tavolo del Consiglio dei ministri a riunione già cominciata, c'era solo la relazione con la spiegazione. E questo ha innervosito diversi ministri. Poi, dopo la consultazione della bozza finale, le critiche dei responsabili dei dicasteri di Pd e Pdl per i tagli draconiani e per il 'decalage' troppo drastico dei tagli nei prossimi 3 anni, prima dell'azzeramento del 2017.

Dal lato opposto, Emma Bonino ha chiesto che fossero specificati i servizi che lo Stato erogherà ai partiti dopo lo stop ai fondi pubblici. Di fronte ai dubbi, Letta ha mediato ma poi ha imposto l'approvazione. "Abbiamo approvato - ha poi commentato - la fine del finanziamento come l'abbiamo conosciuto, ed è un passo importante; lo avevamo promesso e abbiamo mantenuto la promessa". "Confido nel fatto - ha anche aggiunto - che il Parlamento lo approvi rapidamente perché ne va della credibilità del sistema politico". Ma dopo il Consiglio il ministro Nunzia Di Girolamo aveva detto:" Si deciderà tutto in Parlamento".

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