Incarico a Letta: "Siamo in terra incognita ma ho fiducia"

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Il vicesegretario del Pd, dopo aver ricevuto da Napolitano il compito di formare il governo, si prepara alle consultazioni con i partiti. Il Pdl: "L'esecutivo sia politico e forte". La Lega: "Lo incontreremo per sapere cosa propone per il Nord"

Né di scopo, né del presidente, né delle larghe intese. Sarà "un governo di servizio al Paese" e "non nascerà a tutti i costi, ma solo se ce ne saranno le condizioni". Così Enrico Letta, dopo aver ricevuto l'incarico pieno da Giorgio Napolitano, delinea i contorni dell’esecutivo che mira a formare e per il quale conta di salire al Quirinale entro domenica in modo da ottenere la fiducia delle Camere lunedì.

Il premier incaricato, che scioglierà la riserva dopo le consultazioni ufficiali di domani 25 aprile, ha comunque già chiari gli ostacoli che sbarrano la strada auspicata dal Capo dello Stato, secondo cui "la prospettiva di un governo condiviso è l'unica alternativa possibile" (VIDEO).

Prima ancora che fosse ufficiale l'incarico a Letta, il Pdl ha piantato i suoi paletti: subito un governo vero, serio, politico, se no meglio il voto, ha esordito al mattino Angelino Alfano (vicepremier in pectore, insieme a Mario Mauro di Scelta Civica). E nelle prime trattative informali, Silvio Berlusconi ha calato sul tavolo i suoi assi: il ministero della Giustizia al Pdl, no alla conferma della Cancellieri al Viminale, nero su bianco la restituzione dell'Imu sulla prima casa, nessun veto sui nomi scelti dal Cavaliere (Schifani, Brunetta, Gelmini, Cicchitto, Romani).

A sera Letta mostra un cauto ottimismo: "Siamo in terra incognita, passo passo si capiscono modalità e obiettivi. Ma sono fiducioso. Il primo pomeriggio di lavoro mi conferma tutta la grande difficoltà, ma sono talmente tanti i messaggi e le spinte di incoraggiamento ricevute che ne traggo uno spirito molto rinfrancato".

Intanto il Pd deve intanto fare i conti con i suoi mal di pancia, sciogliere nodi che ancora ci sono, decidere sul grado di coinvolgimento nel governo con il "giaguaro". Il rischio di una nuova frattura a sinistra per l'accordo con Berlusconi c'è. Per questo Letta riunisce senza ufficialità i big del partito, a partire dal segretario dimissionario Pier Luigi Bersani. "Non è uscita una maggioranza, sono passati sessanta giorni, il Paese ha bisogno di un governo", ricorda a tutti Letta, che al Quirinale è arrivato nella massima sobrietà: giaccone marrone sportivo sopra il gessato grigio, monovolume di famiglia, con tanto di seggiolini per i bimbi.

"Io ce la metterò tutta" assicura Letta, classe 1966, appoggiato con forza da Giorgio Napolitano che confida nel successo del suo pupillo. Se Letta fallisse ci sono non solo le elezioni, ma le possibili dimissioni del riconfermato Presidente della Repubblica. Il Pdl non darà infatti stavolta appoggio ad un esecutivo che non abbia "il sostegno reale, visibile" dei Democratici ("che non ci sia un nuovo caso Marini", alza la voce Alfano) e vuole in pista nomi di peso, non seconde file. Se Quirinale e Palazzo Chigi sono del Pd, Berlusconi (che avrebbe preferito Amato) considera ora logico chiedere posti di peso al governo. E storce il naso sulla presenza di Mario Monti e sulle molte riconferme ipotizzate per i suoi ministri (Cancellieri, Riccardi, Moavero).

La Lega riflette se accendere il semaforo verde, con Maroni che ha dichiarato: "Lo incontreremo per sapere cosa propone per il Nord". Scelta Civica è pronta già da tempo. E il Movimento 5 Stelle affonda, con Beppe Grillo: "A Roma si stanno dividendo le ossa e le poltrone della Seconda Repubblica. Nel frattempo l'economia non aspetta". Ma ormai Letta è partito. E avverte tutti: "se si rivotasse ora l'effetto blocco sarebbe uguale a quello attuale e non ce lo possiamo permettere".

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