Pietro Grasso, dalla lotta alla mafia a Palazzo Madama

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In magistratura per 43 anni, il neo presidente del Senato ha cominciato come pretore in un piccolo paese della Sicilia per arrivare a diventare procuratore nazionale antimafia. La svolta della sua carriera arrivò nel 1986 col maxiprocesso a Cosa nostra

Da pretore in un piccolo paese della Sicilia interna a procuratore nazionale antimafia. Tra il primo incarico e l'ultimo Pietro Grasso, eletto presidente del Senato, ha attraversato tutte le tappe della sua carriera di magistrato durata 43 anni. Quando il 5 novembre varca il portone della pretura di Barrafranca, in provincia di Enna, ha appena 24 anni. Trova mura scrostate, fascicoli con atti scritti a mano e un impiegato tuttofare. "Mi sembrò di recitare – ricorderà poi - la parte del giudice nel film 'In nome della legge' di Pietro Germi". Ben altri scenari trova quando negli anni Settanta viene assegnato come sostituto alla Procura di Palermo. Comincia a occuparsi di indagini sulla pubblica amministrazione. E nel 1980 si trova in via Libertà, avvolto in un impermeabile bianco, di fronte all'auto crivellata di colpi del presidente della Regione, Piersanti Mattarella, il primo delitto politico dopo quello di Aldo Moro.

Continua a occuparsi di criminalità organizzata, appalti, malaffare ma la svolta arriva nel 1986 quando, per le rinunce di altri magistrati, viene scelto come giudice a latere del primo maxiprocesso a Cosa nostra con 475 imputati, concluso il 16 dicembre 1987 con una sentenza storica contro i capi della mafia: 19 ergastoli e 2665 anni di reclusione. Alla fine della lunga camera di consiglio Grasso ricompare con la barba incolta accanto al presidente Alfonso Giordano. Sarà lui a scrivere le oltre settemila pagine delle motivazioni in 37 volumi.

Concluso il maxiprocesso, Grasso viene nominato consulente della Commissione antimafia, incarico che mantiene sia con la presidenza di Gerardo Chiaromonte sia con quella di Luciano Violante. Nel 1991 passa, con funzioni di consigliere, alla Direzione affari penali del ministero della Giustizia affidata a Giovanni Falcone. Nel 1993 passa alla Procura Nazionale Antimafia. Collabora alle indagini che portano alla cattura di Leoluca Bagarella, cognato di Riina, quindi è applicato alle inchieste sulle stragi del '93 di Firenze, Roma e Milano. Nel maggio 1999 e' nominato procuratore nazionale antimafia aggiunto. "Fu il procuratore Pierluigi Vigna a volermi in quel posto" dirà. Vi resterà fino al 5 agosto 1999, quando viene nominato procuratore di Palermo al posto di Gian Carlo Caselli. Sotto la sua gestione la vita dell'ufficio sarà agitata dalle polemiche. Il gruppo di sostituti "caselliani" tra cui Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia contesteranno a Grasso una gestione accentratrice e una scarsa circolazione interna di notizie nelle inchieste di mafia. Con lui si schiera Giuseppe Pignatone, ora procuratore capo a Roma. Altro scontro sul caso del presidente della Regione Salvatore Cuffaro: contro l'opinione di Ingroia e degli altri Grasso sceglie la strada del favoreggiamento della mafia anziché del concorso esterno. Cuffaro sta ora scontando una condanna a sette anni per favoreggiamento. Proprio in quel periodo si raggiungono a Palermo altri importanti risultati: 1.779 arresti per mafia, 13 latitanti catturati, 380 ergastoli, sequestri di beni per circa 12.000 miliardi di lire.

Il 25 ottobre 2005 Grasso diventa procuratore nazionale antimafia. Segue le indagini sulle stragi del 1992-93 che vengono riaperte dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e provocano la revisione del processo per l'uccisione di Paolo Borsellino.
L'incarico di procuratore nazionale antimafia per Grasso si sarebbe concluso in autunno. Sarebbe rimasto magistrato fino al 2020. Ma si è dimesso per la nuova esperienza politica. Aveva in testa una "rivoluzione democratica per la giustizia" e l'idea di fare qualcosa per le giovani generazioni. "Ho un nipote di sei anni: ho pensato anche al suo futuro".

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