Dal lambrusco a Vasco, Bersani si racconta. A sua insaputa

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Il primo sciopero da chierichetto, i rapporti con le ragazze, ma anche i concerti a San Siro e le metafore ardite. In un libro edito da Castelvecchi, il ritratto del segretario Pd attraverso un mix surreale delle sue frasi più curiose e divertenti

A sua insaputa” di Filippo Maria Battaglia e Alberto Giuffrè (Castelvecchi) è una galleria di ritratti di 14 protagonisti della Seconda Repubblica realizzati attraverso un surreale e ironico blob costruito attraverso un taglia e cuci spregiudicato delle frasi rilasciate in centinaia di interviste, conferenze stampa, comparsate televisive, autobiografie ufficiali e intercettazioni.
Anticipiamo qui il capitolo dedicato al segretario Pd e candidato premier di centrosinistra, Pier Luigi Bersani.


Chierichetti di Bettola, unitevi
Non diam troppo tempo al tramonto, a ’sto punto sento il bisogno di dire alcune cose con lealtà e franchezza. Se potessi, lo farei come si usa dalle nostre parti: davanti a un bicchiere di lambrusco. Sono un ragazzo cresciuto in oratorio, al punto che il mio primo sciopero l’ho fatto da chierichetto: non mi sembrava giusto il meccanismo con cui venivano lasciate le mance in parrocchia. Così una domenica di maggio, pochi minuti prima della funzione, ci siamo tolti la tunica. Don Vincenzo rimase da solo. Gli chiedo scusa, era giusto farlo, ma lui ci soffrì.
Se ho mai visto un film porno? Sì, da ragazzo… c’erano i giornaletti. Comunque l’ultima volta che mi sono confessato avevo ancora tutti i capelli. Ho cominciato a perderli a 15 anni e mezzo, ragazzi. Al trapianto non ci ho mai pensato, anche perché io non me lo ricordo neanche di essere calvo. I miei erano, diciamo, gente di parrocchia, votavano Dc, il mio paese, era bianco, bianchissimo. E a Bettola, io, ancora oggi, sono il figlio del Bersani, il meccanico, un’autorità.
Piacere alle ragazze? Grossi problemi non ne ricordo. Piacevo, ma senza esagerare. La mia vita da ragazzino era fantastica. Il paese era diviso da un torrente, la mia morosa me la son trovata di là dal torrente. È stato come passare un confine enorme. Sto con Daniela, mia moglie, da quando avevo diciotto anni. Sono del 1951, faccia lei. Ha avuto tanta pazienza. Se mi sono sposato in chiesa? Oh, certo! Sócc’mel!

Quella volta di Bob Marley a San Siro
Nel ’67, avevo provato a prendere lezioni di piano. Abbandonai perché c’era una rivoluzione da fare. Poi la rivoluzione non s’è fatta. E così mi è rimasto anche il rimpianto del pianoforte. La musica mi ha aiutato a prendere decisioni difficili. Ti racconta come va il mondo.
C’è stata quella volta di Bob Marley a San Siro. Era il 1980. Tra quei centomila sul prato c’ero pure io. Solo che mi aggiravo in giacca e cravatta, un po’ stordito da quell’odore fortissimo di marijuana. Ero già pelato e tutti mi guardavano con sospetto. Un poliziotto o un agente dei servizi segreti? Chissà. E invece non avevo avuto il tempo di cambiarmi. Ero stato eletto consigliere regionale dell’Emilia-Romagna e, appena era finita la cerimonia d’insediamento, ero saltato su un pullman da Bologna.
E poi c’è Vasco Rossi, una miniera. Alcune canzoni le so a memoria, ma non farmele cantare: «Ora che sono ora che sono qui in questo stupido stupido hotel». Lui dice pure: «A Zocca ero quello che ha studiato di più. Mi veniva da parlare bene ma ho pensato di parlar peggio per farmi capire». Più o meno, per me è una cosa così, ecco. Però insieme alla musica, c’era la politica, ragassi.

Cominciai a frequentare la sezione di Bettola da piccolo, con una specie di doppia militanza. Il segretario, Sandro, era un muratore. Un giorno, mentre organizzavamo una festa dell’Unità, dato che mi vedeva troppo preso dai libri, venne da me, con i chiodi in bocca e il martello in mano, e mi disse: «Ma non lo sai che cosa diceva il compagno Togliatti? Meno libri e più litri». Intendeva di vino, ovviamente.
Del fatto che io stessi nel Pci, mia madre, curiosamente, diceva la stessa cosa di Fedele Confalonieri: «Un bravo ragazzo, peccato che sia di Sinistra». Però escludo che si siano parlati.
Poi andai alle Frattocchie, ma solo qualche corso. Un giorno arrivò una delegazione nord-coreana. Si misero a proiettare diapositive. In una c’era Kim Il Sung su un grattacielo che indicava un punto lontano col dito. La didascalia diceva: «Il grande leader ridisegna il piano regolatore di Pyongyang». Scoppiammo tutti a ridere. Insomma, molti di noi avevano fatto il ’68. Comunque io ero di piegatura trotzkista.

Il maiale non è fatto solo di prosciutti
In quegli anni parlavo in modo che oggi mi fa quasi schifo: antagonismo, contraddizioni di classe… Era ostrogoto. Ho fatto uno sforzo, adesso credo alla nobiltà della metafora e alla bellezza dell’esempio, anche se a volte me le invento, a volte mi confondo. Ad esempio potevo dirlo anche in latino che non stiamo qui a pettinar le bambole, ma a forza di scarpinare tra i paesi di montagna ho capito che uno deve stare al di sotto delle sue solennità.
Uè, ragassi, io balle non ne ho mai raccontate, e nessuno mi convincerà a iniziare adesso. Non ci sto a passare per il buono e anche un po’ coglione. Siam mica qui ad asciugare gli scogli, eh, il maiale non è fatto solo di prosciutti. Per capire, i bar bisogna frequentarli davvero, mica a parole. In ogni caso, voglio chiarire che quando ci si presenta a trattare non si dice mai «o così o pomì». Una volta, al ministero, con una delegazione dei sindacati dei benzinai che era gente esperta di trattative, c’era un momento difficile, mi sparavano addosso… A un certo punto io faccio: «Ohè, mi sa che intorno a questo tavolo l’ultimo che ha servito una pompa sono io». La mia famiglia, infatti, ne aveva una. E pure nelle pompe c’era il bipolarismo: noi eravamo della Esso.

La pentolata collettiva come ispirazione
Uno dei risultati di cui vado fiero è che ho proibito di scrivere troppo in piccolo la data di scadenza della pasta sulle confezioni. Il mio barbiere ha fatto volantinaggio contro di me: con le liberalizzazioni si è ritrovato i concorrenti accanto al negozio. Comunque ora se mi lamentassi farei la figura del calzolaio che si lamenta perché ha le scarpe bucate. «Allora aggiustatele tu», mi rispondereste.
Io per la verità mi ispiro alla pentolata collettiva della corte emiliana, un piatto dell’antica cucina contadina, sconosciuto, per esempio, alla cucina veneta… Quando un sarto per due anni sbaglia il vestito, noi non ci aspettiamo che con delle correzioni, anche positive, il vestito possa andar bene. Ma con che faccia i giornali berlusconiani vanno a vedere se uno si è andato a mettere una sciarpa di cachemire? Non abbiam diritto a una sciarpa di cachemire? Se a uno gli regalano una sciarpa di cachemire, può mettersela su?

La sindrome di Tafazzi
La volta scorsa ho fatto una grandissima cavolata a non candidarmi.Ho deciso di espormi subito perché sento il disamore dei nostri elettori, la mancanza di una prospettiva. Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno. C’è tanta gente che preferisce un passerotto in mano piuttosto che il tacchino sul tetto.
Tafazzi? Certo che me lo ricordo. Indimenticabile. Faceva quella cosa lì che facciamo spesso: si dava delle martellate. In ogni caso ho una missione: devo svezzare questo bambino (il Pd). Noi vogliamo un partito popolare, dunque sia chiaro: la festa dell’Unità è il futuro, non il passato. E poi sono un segretario che non si toglie i sassolini dalle scarpe: se cammini e corri non si sentono.
L’imperativo etico è spiegare a tutti in modo semplice, come faceva san Gregorio. E cosa dice? Che se vogliamo andare avanti dobbiamo pedalare forte, lanciare sfide alte pensando al Paese, non alla bottega. È giunto il tempo di suonare le nostre campane. Non allarghiamo la coperta se non allarghiamo la testa.

È ora di toglierci dai coglioni
In vita mia non ho mai avuto una scorta. Intimamente non mi sento parte della casta ma un po’ lo sono. Sono uno che va a fare la spesa.
Appena posso vado al super, la pesantezza di questo momento la sento. Se non lavoro, invece, cerco di respirare tra me e me. Se sono solo faccio da mangiare io, mi sono sempre cucinato cose. Mica elaborate, eh, da soli non ne vale la pena. Non sono ansioso. Ho sempre dormito la notte. E se faccio sogni non me li ricordo. C’è chi sogna il loft. Io, che ho spirito di servizio, sto in portineria, eh eh. Come dice Vasco «e già, sono ancora qua».
A proposito. Siam tutti qui da vent’anni, è ora di toglierci dai coglioni. Ma prima provate a rimettere il dentifricio nel tubetto.
I edizione: febbraio 2013 © 2013 Lit Edizioni Srl

Tratto da Filippo Maria Battaglia e Alberto Giuffrè, A sua insaputa, Castelvecchi

Il booktrailer dedicato a Bersani pubblicato sulla pagina Facebook:



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