Scontro sulla data del voto, il Pdl chiede il rinvio

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Il Popolo della libertà frena su legge di stabilità, firme e voto all'estero. E punta a spostare di due settimane le elezioni. Il Pd attacca: "Manovra dilatoria, non usino il Parlamento per loro fini". Berlusconi ancora in tv: "Puntiamo al 40%"

Silvio Berlusconi punta i piedi: le elezioni anticipate devono slittare. La road map verso il voto di febbraio martedì 18 ha subito un colpo di arresto. Il Pdl ha chiesto un rinvio di una o due settimane delle elezioni, motivandolo con la necessità di garantire al meglio il voto degli italiani all'estero. Senza rinvio, secondo il settore elettorale del Pdl, il voto all'estero si risolverebbe in un caos. Poi è arrivata la dichiarazione di Berlusconi, che a Porta a Porta ha rafforzato il concetto: "Questa fretta di andare alle elezioni è una forzatura inutile". Ed è subito scontro, con il Pd che conferma di essere pronto per le elezioni.

Qualcuno, nello schieramento avverso, sospetta che la richiesta del partito di Berlusconi abbia ragioni diverse dalla preoccupazione di come si vota nelle Americhe o in Oceania e che nasconda invece il desiderio del cavaliere di avere più occasioni di apparire in tv senza le limitazioni imposte dalla par condicio (che scattano implacabilmente con l'avvio ufficiale della campagna elettorale). In fondo anche Berlusconi ammette che se avesse "la possibilità di spiegare le nostre ragioni" ai vecchi elettori, il Pdl potrebbe ribaltare i sondaggi e puntare al 40 per cento.

Anche l'atteggiamento del Pdl alla Camera, dove Cicchitto ha preannunciato che il suo gruppo si prenderà "tutti il tempo necessario" per esaminare la legge di stabilità, si inserisce nella stessa strategia di allontanamento del voto. Ne è convinto il Pd, che con Franceschini accusa Cicchitto e compagni di aver messo in atto un'azione "dilatoria" con l'obiettivo di allontanare le urne. Se fino a ieri si prevedeva che la legge di stabilità avrebbe avuto il sì definitivo della Camera giovedì 20, oro non ci sono più certezze. E se di slittamento in slittamento si dovesse scavallare Natale, tutto lo schema pensato per arrivare al voto il 17 febbraio si sgretolerebbe.

Non è un caso che il ministro dell'interno Annamaria Cancellieri, che ha la responsabilità di organizzare le elezioni, rimandi tutti al momento in cui saranno sciolte le Camere: "è inutile chiedermelo ora". A questo punto, specie se il pdl punterà i piedi, lo slittamento potrebbe portare alla data del 3 marzo. Il Quirinale segue con attenzione le fibrillazioni di questo finale di legislatura: dal Colle non vengono commenti ufficiali, ma da quanto trapela in ambienti parlamentari, Napolitano assisterebbe con preoccupazione alle schermaglie sulla data delle elezioni giocate su un provvedimento fondamentale per l'Italia come la Legge di Stabilità. Altro punto critico sulla strada verso il voto, il decreto sulle firme approvato lunedi' sera dal governo. Era stato richiesto a gran voce dalle forze politiche che non hanno gruppi parlamentari, ma al suo interno è stata inserita una norma che più d'uno sospetta che rappresenti un favore ai centristi e ai sostenitori di Monti. Verrebbero infatti esonerati dalla raccolta delle firme (insieme ai partiti già presenti in parlamento) anche le liste che abbiano "componenti politiche all'interno dei gruppi parlamentari".

Dalla lettura del decreto non sembra chiarissimo se queste componenti debbano essere nate all'inizio della legislatura o anche successivamente: in quest'ultimo caso potrebbero tirare un sospiro di sollievo sia la galassia centrista sia gli ex An guidati da La Russa. Nasce da qui la protesta del leghista Calderoli, che è arrivato a minacciare la richiesta di messa in stato di accusa di Napolitano, colpevole di aver firmato il decreto: secondo il padre del porcellum il provvedimento varato dal governo "favorisce le improbabili forze che sostengono l'improbabile candidatura di Monti". Arrabbiata anche la segreteria di Sel, secondo la quale il decreto è stato fatto unicamente allo scopo di favorire "le liste centriste".

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