Monti: così non potevo andare avanti. Voto forse a febbraio

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Sui giornali tutti i retroscena della decisione del premier di dimettersi dopo l’approvazione della legge di stabilità, presa per lo strappo del Pdl. E sono molti i quotidiani che ipotizzano una sua candidatura alle elezioni. RASSEGNA STAMPA

“Monti lascia, crisi aperta e voto a febbraio”. “Lo strappo di Monti: mi dimetto”. “Ko tecnico”. “Monti: così chiudo io”. All’indomani della decisione del presidente del Consiglio di rassegnare le dimissioni una volta approvata la legge di stabilità, tutte le aperture dei giornali sono dedicate alla crisi di governo, con commenti, polemiche, retroscena e possibili scenari futuri. E sono in molti i quotidiani che parlano di una possibile discesa in campo del premier alle prossime elezioni politiche.

Sul Corriere della Sera, il lungo racconto del direttore Ferruccio De Bortoli ripercorre “la giornata drammatica nelle parole del capo dello Stato e del presidente del Consiglio”. Tutto sarebbe cominciato alla fine del Lohengrin alla Scala quando, in una telefonata tra il premier e Napolitano, il Professore non avrebbe nascosto la volontà di porre fine al governo dopo le parole pronunciate dal segretario del Pdl Angelino Alfano. Poi a Cannes, al World Policy Conference, “non ho risposto per tutta la giornata alle molte domande che mi venivano poste, soprattutto dagli stranieri. Ho colto il loro sbalordimento per la situazione italiana” è il virgolettato di Monti riportato da De Bortoli. E ancora: “Mi sono sentito profondamente indignato nel leggere quelle parole (le dichiarazioni di Alfano, ndr). Il Pdl doveva avere il coraggio di staccarmi la spina sapendo che l’avrei potuta staccare anch’io. Avrei preferito che lo facessero direttamente, con un voto di sfiducia, non in quel modo”. Per questo nel corso della giornata dell’Immacolata “ho maturato la convinzione che non si potesse andare avanti così (…). Ho preferito farlo subito, a mercati chiusi”. E a De Bortoli che osserva: “Sì Professore ma domani riaprono”, replica: “Già, riaprono…”. Infine, alla domanda su una possibile sua candidatura alle elezioni politiche, Monti non risponde. “Il silenzio dell’interlocutore è significativo, è chiaro che ora si sente libero di decidere” scrive il direttore del Corriere della Sera.

La decisione di Monti, comunicata al presidente della Repubblica nell’incontro al Colle avvenuto nella serata dell’8 dicembre, è per Eugenio Scalfari “un gesto che mette a nudo i ricatti del Cavaliere”. “Il redivivo Berlusconi ancora ieri aveva lanciato una serie di accuse contro il governo e contro gli altri due partiti della maggioranza che finora l’ha sostenuto e aveva preannunciato una serie di bombe a orologeria per intralciare e paralizzare Monti fino allo scioglimento delle Camere (…) Il governo cade perché sfiduciato da Berlusconi e dal partito di sua proprietà. La responsabilità è dunque del Cavaliere di fronte agli italiani e di fronte all’Europa” si legge in prima pagina su la Repubblica. Su La Stampa il direttore Mario Calabresi parla di “un gesto limpido del premier che costringe ognuno ad assumersi le proprie responsabilità e lascia Berlusconi solo con le sue convulsioni e i suoi voltafaccia”. Marco Tarquinio, su l’Avvenire, commenta la decisione di Monti così: “Ecco uno che ci rispetta davvero. Rispetto del Paese, delle regole e, nel suo senso più alto, della politica. Rispetto vero per i suoi concittadini, quelli a cui si deve sempre dire la verità”.

Esultano per la fine del governo Monti i quotidiani vicini al centrodestra. “Si dimette. Finalmente” è il titolo de Il Giornale. “E’ il vecchio vizio dei professori, che giudicano ma non sopportano di essere giudicati, che bocciano ma pretendono di essere sempre promossi, per diritto divino” scrive Alessandro Sallusti. E ancora: “Nessun lutto, quindi. Della presunta credibilità internazionale non si campa. Ristabiliamo la democrazia sospesa più di un anno fa da un blitz del presidente Napolitano”. “Monti si arrende” titola Libero che in prima pagina pubblica una vignetta con alcuni ministri e sopra il titolo “Che somari questi tecnici, usati e gettati dai comunisti”.

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