Primarie e social media, perché un Like non è un voto

I due messaggi con cui Matteo Renzi e Pierluigi Bersani hanno ringraziato i sostenitori su Twitter dopo il risultato delle primarie.
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Per tutta la durata della campagna, Matteo Renzi ha dominato le conversazioni online. Ma follower e fan, retweet e citazioni, non si sono tradotti in altrettanti voti. All’indomani dei risultati, ricercatori e analisti spiegano perché

di Nicola Bruno

Durante la settimana che ha preceduto il ballottaggio del 2 Novembre, Matteo Renzi ha continuato a conquistare seguaci sui social network: secondo i dati dell’agenzia Blogmeter, tra il primo e il secondo ha aggiunto 70mila nuovi Like alla pagina Facebook e 23mila nuovi follower al profilo Twitter. Eppure, a guardare i risultati finali, il sindaco di Firenze non ha guadagnato un solo voto in più rispetto al primo turno: se il 25 novembre 1.104.958 cittadini avevano votato per lui, il 2 novembre è sceso a quota 1.078.776 (dato parziale). Quanto è bastato perché, all’indomani del ballottaggio, diversi osservatori di politica e web parlassero dello “strano caso delle primarie”, “Bersani vince e ‘perdono’ i social media”, “contare i tweet non basta”. Si è così avuta la conferma (per alcuni scontata, per altri meno) che non c’è nessuna corrispondenza tra numero di seguaci online e voti reali nelle urne. Altre metriche di monitoraggio dei social media possono contare, ma fino a un certo punto: secondo i dati raccolti dai ricercatori Emanuela Zaccone e Max Spazani, al primo turno Renzi ha dominato le conversazioni su Twitter con il 57% delle citazioni, ma ha raccolto solo il 35,5% delle preferenze; Bersani ha fatto peggio su Twitter (21%), ma decisamente meglio ai seggi (44,9%).

Non solo Like
- Tutto ciò non vuol dire che i social network non siano importanti per la politica, ma semplicemente che - per dirla con le parole di Facebook - la relazione è molto più complicata e non meramente quantitativa.
Se da una parte è vero che le primarie del centrosinistra hanno battuto ogni record in quanto a conversazioni generate online, dall’altra parte hanno costituito anche un interessante laboratorio per provare ad analizzare le interazioni sui social media con strumenti più raffinati. Lungo tutto il periodo pre-voto, alcune agenzie di marketing hanno tenuto traccia non solo del numero dei seguaci, ma anche di variabili come l’engagement (e, cioè, le reazioni che un candidato genera attraverso commenti, like, retweet) e il sentiment (ovvero, il valore positivo o negativo veicolato da un tweet o un post su Facebook). C’è stato, poi, chi è andato ancora più a fondo, come nel caso del gruppo di ricerca Etnografia Digitale, che ha analizzato gli “ego-network” di ciascun candidato (per capire meglio chi fossero i seguaci più attivi) e la connotazione semantica degli hashtag associati a Renzi e Bersani (più autoreferenziali per il primo, più tradizionali per il secondo, è stato il loro responso).
Il gruppo di ricerca SNSItalia ha invece sperimentato un metodo predittivo (che si rifà, in parte, a quello di Nate Silver, statistico del New York Times che ha azzeccato il risultato delle ultime presidenziali Usa), mettendo a confronto i voti reali, le ipotesi dei sondaggi tradizionali e le principali metriche relative alle loro presenze su Twitter e Facebook. Ne è emerso che, se opportunamente bilanciate, queste ultime possono essere molto accurate. Anche i ricercatori di Voices From The Blogs (Università di Milano), hanno messo a punto un metodo di monitoraggio dei tweet, che va oltre le semplici citazioni o analisi del sentiment: sono così riusciti ad arrivare molto vicini ai risultati reali, sia in occasione del primo che del secondo turno. “Per cogliere l’espressione di voto è invece necessario analizzare i tweet in profondità leggendone una parte se occorre, per poi estendere i risultati con moderne tecniche statistiche. (...) Quindi non è tanto il media quanto il modo di analizzarlo a generare la distorsione”. E, cioè, bisogna saper fare ai social media le domande giuste, non trattarli come una nuova sfera di cristallo.

Secondo schermo
- In tutto ciò non bisogna dimenticare che i cittadini non vivono su Twitter e Facebook come in una bolla, ma sono molto attivi anche su altri media, oltre che offline. Non è un caso se, i due eventi in assoluto più discussi su Twitter siano stati i confronti tra i candidati su SkyTG24 e su RaiUno. “Le conversazioni appaiono trainate dagli eventi televisivi più che dal dibattito o dalle dichiarazioni dei politici - sottolinea Luca Alagna, consulente di comunicazione digitale - Di fatto più che a un evento politico abbiamo assistito a un evento di Social-TV in cui gli spettatori commentano in tempo reale sui social media ciò che guardano in tv usando i loro smartphone o tablet come un vero e proprio secondo schermo”.

Non hanno perso i social-media
- Se quindi, come sottolinea il blogger Dino Amenduni su Valigia Blu, alla fine paradossalmente “ha vinto il candidato che ha comunicato di meno”, è anche perché esiste “uno scollamento forte, abbastanza atipico nei paesi occidentali, tra il comportamento dell’elettorato (di centrosinistra) e ciò che accade online”. E questo emerge soprattutto quando si vanno ad analizzare i contenuti veicolati dai candidati attraverso i social media. Secondo Giovanna Cosenza, docente di Semiotica dei Nuovi Media all’Università di Bologna, la comunicazione di Matteo Renzi alla fine è risultata “fuori target: troppo patinata, troppo smagliante, troppo televisiva, troppo copiata da quella americana, e perciò non adatta all’elettorato di centrosinistra italiano”. Insomma, poco c’entrano i social media, ma il modo in cui sono stati utilizzati. Così la pensa anche Sara Bentivegna, docente di Comunicazione Politica alla Sapienza di Roma: “Non hanno perso i social media. Ha perso @matteorenzi anche nei social media. Comunque, comunicazione politica diversa da oggi in poi”.

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