Legge elettorale, dopo lo strappo i partiti cercano l’intesa

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Dopo il blitz Pdl-Lega-Udc, che ha fatto passare un emendamento che dà il premio di maggioranza alla lista che ottiene il 42,5%, si torna a trattare. E la seduta in Commissione Affari Costituzionali del Senato è rinviata per limare un accordo

Lavori in corso sulla riforma della legge elettorale. Dopo che il 6 novembre è stata approvata una soglia del 42,5% per ottenere il premio i contatti tra i partiti della maggioranza che sostiene il governo Monti sono ripresi. Il Pd tiene il punto. "Nessuno può pensare - attacca il segretario Pier Luigi Bersani - che dalla palude possa venire fuori un Monti bis". Ma si tratta. Sul tavolo resta il 'lodo D'Alimonte' ma, dopo una riunione fiume a Palazzo Grazioli che ha toccato anche il tema del sistema di voto, salta la seduta prevista per la serata del 7 novembre della Commissione Affari Costituzionali del Senato sulla legge elettorale.

Un rinvio 'tecnico' a martedì 13 novembre per consentire ai partiti di limare un eventuale accordo. "Le forze politiche - spiega il presidente Carlo Vizzini (che comunque esprime più di un dubbio, sul blog di Grillo, sul fatto che si intenda trovare un accordo per penalizzare il Movimento 5 stelle) - stanno lavorando a una soluzione dei problemi, il lavoro non è ancora finito" e dunque ci si aggiorna. Se c'è intesa, già martedì si può chiudere per l'Aula.

A breve, forse già l’8 novembre, intanto, dovrebbe tenersi un incontro politico tra Denis Verdini (Pdl) e Maurizio Migliavacca (Pd) sulla riforma. Che sarà, in ogni caso, decisivo per il destino del provvedimento. Ci sarebbe già un accordo di massima sull'abbassamento della soglia del premio in Aula dal 42,5% al 40%. Dovrebbe poi arrivare, in commissione, qualora ci fosse un'intesa, sotto forma di emendamento del relatore Lucio Malan il 'premietto' intorno al 10% per il primo partito in caso nessuno vinca il premio di maggioranza del 12,5%. La situazione a quel punto si sbloccherebbe e ci sarebbero più chance che la riforma vada in porto. Una riforma che, a quel punto, avrebbe quel tasso di condivisione più volte chiesto anche dal presidente della Repubblica che, si racconta in ambienti parlamentari, potrebbe a breve fare una nuova dichiarazione pubblica in questa chiave. "Stiamo lavorando - dice il presidente del Senato Renato Schifani - affinché le contrapposizioni possano ricomporsi. Mi auguro si possa trovare, nonostante le difficoltà di questi giorni, un'ampia e costruttiva convergenza parlamentare".

Nonostante sul fronte delle dichiarazioni resti lo scontro tra Bersani e Casini dopo lo strappo del 6 novembre, i centristi avrebbero fatto capire di essere disponibili sull'ipotesi D'Alimonte. La variabile sulla strada dell'intesa resta, dunque, il Pdl. Un accordo 'Abc' implica, infatti, per il partito uno strappo con la Lega. Non solo, anche con altri partiti più piccoli come l'Mpa o Coesione Nazionale che sono contrari al 'premietto' che, di fatto, toglierebbe loro voti. Non a caso il senatore Roberto Calderoli ha attaccato i "tavoli e tavolini che hanno fatto ritardare di sei mesi sulla riforma". D'altra parte il rischio per Berlusconi è che l'asse della vecchia maggioranza non sia sufficiente a mandare in porto la riforma e a farla approvare al Senato e soprattutto alla Camera. E dunque che, alla fine, resti il Porcellum.

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