Centrosinistra, primarie a tutto web

Nichi Vendola, Matteo renzi e Pier Luigi Bersani - Getty Images
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Tra video, infografiche e hashtag gli aspiranti candidati premier del centrosinistra fanno un crescente ricorso alla rete. Alcuni esperti li giudicano e concordano: comunque vada queste primarie segnano un svolta nel rapporto rete-politica

di Raffaele Mastrolonardo

Non solo camper e pompe di benzina, la corsa per le primarie del centrosinistra passa anche per il web. A cominciare dagli hashtag usati come slogan, nessuno dei tre principali candidati manca all'appello: siti, social network, video e pure infografiche. Il risultato è che la competizione interna al centrosinistra, secondo gli addetti ai lavori, rappresenta un salto di qualità nel ricorso a Internet a fini elettorali che non interessa solo una parte ma la politica italiana nel suo complesso. Dopo tutto, anche in America, le primarie sono sempre state il momento della sperimentazione: “La campagna di Obama del 2008, e prima ancora quella di Howard Dean nel 2004, sono un esempio di questo fatto”, dice Cristian Vaccari, docente di Comunicazione politica all'Università di Bologna. Insomma, la competizione di queste settimane potrebbero essere un antipasto di quello che ci riserva il futuro. “Possiamo considerarla una sorta di 'prova generale' per le elezioni del 2013”, spiega Sara Bentivegna, docente di comunicazione politica alla Sapienza di Roma. E dunque, che il cuore batta a destra o a sinistra poco importa, osservare come Bersani, Renzi e Vendola declinano la rete sulla strategia della loro campagna diventa tanto più interessante: quello che funziona oggi potrebbe essere usato fra qualche mese quando si deciderà chi deve governare l'Italia.

Renzi, “l'amerihano”. Per capire il modello basta un'occhiata. Già le tinte del sito (che richiamano la bandiera degli Stati Uniti con una prevalenza di blu che è il colore dei democratici Usa) sono una dichiarazione programmatica: il riferimento di Renzi è Barack Obama. Fuori (maniche della camicia rimboccate fin sotto il gomito e look casual-formale che conserva autorevolezza senza creare distanza) e dentro la rete. E infatti nell'arsenale web del sindaco di Firenze ci sono molte degli strumenti impiegate dal presidente americano. A cominciare dai video che, come nello schema obamiano, documentano il suo “viaggio” e che hanno un ruolo centrale nella strategia complessiva. “L'impressione è che Renzi cerchi il giusto equilibrio tra il linguaggio del web e quello della Tv”, commenta Vaccari. Di certo, il prodotto è di buon livello. “Sono ben confezionati con il giusto mix davanti/dietro le quinte e ricalcano bene l'originale a cui si ispirano”, spiega Giovanna Cosenza che insegna semiotica dei nuovi media presso all'Università di Bologna. Lo stesso si può dire delle infografiche del cui uso il primo cittadino di Firenze è diventato un pioniere tra i politici nostrani così come lo era stato Obama oltreoceano. La verità è che Renzi non ha paura di copiare i migliori e lo sa fare piuttosto bene. Anzi, così bene che, secondo gli esperti, questa “bravura” potrebbe diventare un problema. “Il risultato è a volte eccessivamente perfetto, televisivo, il che può dare un'impressione di poca autenticità ad un elettorato che verso il marketing politico ostentato ha diffidenza”, commenta Cosenza. Le stesse infografiche, secondo la studiosa, rimandano al mondo aziendale e questo “in alcuni elettori potrebbe aumentare le sensazione di distanza”. E, chissà, forse è proprio l'impostazione un po' “catodica” (la campagna di Renzi, come è noto, è curata da Giorgio Gori) potrebbe essere la ragione per cui lo staff del sindaco è stato finora molto abile nella produzione di contenuti – sui quali ha pieno controllo - ma non ha mostrato la stessa abilità nel gestire i meccanismi e le reazioni della rete che richiedono immediatezza. Il caso della polemica sull'immagine creata da un utente, del suo camper che investe D'Alema ne è, secondo Bentivegna, un esempio. “Non sono stati abbastanza veloci nel reagire e prendere posizione come il web impone. Obama, come dimostra la foto della 'sedia occupata' pubblicata su Twitter poche ore dopo il comizio di Clint Eastwood alla convention repubblicana, è maestro in questo. Renzi, probabilmente, imparerà nel corso della competizione”.

Vendola virale.
Chi i meccanismi della rete li conosce bene e li padroneggia è sicuramente il governatore della Puglia che già in passato si è distinto per un uso creativo del web. Le reazioni in rete alla sua campagna con lo slogan #OppureVendola ne sono l'ultima dimostrazione. Secondo un'analisi realizzata da Cybion, l'hashtag vendoliano è stato il più twittato tra quelli dei candidati nelle 24 ore successive al lancio, anche grazie al contributo degli utenti che lo hanno immediatamente adottato per divulgarlo o costruirci intorno parodie. “Vendola ha sempre puntato su campagne ad effetto e dunque lui e il suo staff erano pienamente consapevoli dell'effetto che volevano innescare”, dice Bentivegna. La consapevolezza, secondo gli studiosi, è ulteriormente provata dalla scelta dei termini. “ 'Oppure' è un operatore di privazione e può essere fatto seguire da qualsiasi cosa, in questo sta il gioco che permette la moltiplicazione del messaggio. E nel gioco sono previste anche le prese in giro che aumentano la diffusione”, spiega Cosenza. La sfida del presidente della Puglia è ora riuscire a riempire di contenuti il vuoto logico che lo slogan ha creato. “Altrimenti - conclude la semiologa – tutto si riduce solo ad un trucco fine a se stesso”.

Le radici di Pier Luigi. Stando ai numeri, tra i tre pretendenti alla vittoria quello con meno dimestichezza sul web sarebbe proprio il favorito. “Solo” 80 mila amici su Facebook contro i 520 mila e passa di Vendola e i 169 mila di Renzi. Stesso discorso su Twitter: “appena” 139 mila seguaci, a confronto dei 168 mila del sindaco di Firenze e dei 229 mila del presidente della Regione Puglia. Almeno in rete, dunque, Pier Luigi Bersani parte indietro. “E' normale che sia così – spiega Vaccari – di solito sono gli outsider che hanno meno accesso ad altri strumenti di comunicazione che investono di più in rete”. Quel che i numeri dicono è che molti degli elettori offline di Bersani non lo seguono online. Ma questo non significa che il segretario del Pd non ci provi anche su Internet seguendo però una strategia diversa, meno frizzante e più istituzionale, rispetto ai contendenti. “Per esempio, - continua Vaccari - sul suo sito l'accento più forte è sulle 10 idee per cambiare: un'insistenza sui contenuti più che sulla persona che lo distingue dagli avversari”. La scelta allora appare quella di costruire la narrazione individuale intorno ad un nucleo di proposte che precedono e non seguono la persona (e infatti campeggiano bene in evidenza anche nella pagina biografica). E' in questo quadro più “classico” che la campagna di Bersani può ricorrere a web-video narrativi che assomigliano un po' a quelli di Renzi ma – sottolineano gli esperti – con un tocco peculiare. “Il suo video è più 'sporco', amatoriale, cerca un effetto ruspante, un po' come la pompa di benzina da cui inizia il viaggio”, dice Cosenza. Mentre il messaggio insiste sull'elemento collettivo. “ La sua narrazione è meno individuale di quella di Renzi o di Vendola. Vuole essere generazionale, rivolgersi a quelli che hanno la sua età o sono figli di costoro”, conclude Bentivegna.

Integrazione cercasi. Quale strategia vincerà si saprà solo tra qualche settimana. Ma di sicuro un passo avanti nel rapporto tra politica e rete queste primarie lo segnano e la partecipazione degli utenti della rete (come dimostrato dal fenomeno #OppureVendola o anche dal precedente #AttaccaRenzi, nato in modo ironico, sull'onda dello scontro tra il sindaco di Firenze e Sergio Marchionne) ne è una dimostrazione ulteriore. Certo, per raggiungere il livello degli Stati Uniti su questo fronte resta ancora molto da fare. A cominciare da una maggiore integrazione tra web e lavoro sul territorio. “Il sito di Obama offre molti strumenti per i volontari sul campo e per il 'porta a porta'. Da noi questo aspetto ancora manca”, dice Vaccari. E' un'analisi da studioso. Ma può anche essere letto come un suggerimento ai nostri politici in vista delle politiche della prossima primavera.

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