Riforme: nuovo rinvio. E i precedenti non fanno ben sperare

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Slitta il voto al Senato sulla riforma costituzionale, dopo che la proposta semipresidenziale del Pdl ha messo in discussione l'intesa raggiunta. E ancora si cerca un accordo sulla legge elettorale, anche se da 6 anni ormai si parla di cambiarla

Ed è di nuovo rinvio. Nonostante gli appelli, i moniti, le solenni dichiarazioni d’intenti. Slitta il voto sul testo delle riforme costituzionali. Oggi, da calendario, avrebbe dovuto essere il giorno del via libera nell’Aula del Senato alla legge che taglia il numero dei parlamentari, rende eventuale il bicameralismo e dà al premier il potere di revocare i ministri. Ma niente. I partiti si prendono altro tempo. Perché il Pdl ha messo sul tavolo la proposta di introdurre nel testo anche una riforma semipresidenziale dello Stato. E il clima bipartisan è evaporato, lasciando spazio all’ennesimo braccio di ferro.
Intanto, però, è fitta la nebbia anche sulla legge elettorale. I leader di Pdl e Pd si sono dati tre settimane (la prima scade domani) per trovare un accordo - quello definitivo - per mandare in soffitta la tanto vituperata ‘legge porcata’, che ha consentito l’ingresso in Parlamento a una schiera di ‘nominati’. Ma dopo sei anni di discussioni, tavoli e quasi-accordi, il copione sembra ripetersi e il rischio è che si ripeta anche il finale, con l’ennesimo nulla di fatto.

Riforma costituzionale, il braccio di ferro – La ‘quadra’ era stata raggiunta, tra i partiti della ‘strana’ maggioranza che sostiene il governo Monti. E infatti il testo del ddl che introduce alcune modifiche alla Costituzione (dal taglio dei parlamentari alla sfiducia costruttiva) ha ottenuto a larga maggioranza il primo via libera in commissione al Senato. Ma poi la proposta semipresidenziale di Silvio Berlusconi e Angelino Alfano ha scompaginato le carte. Irrealizzabile, secondo Pier Luigi Bersani, nel breve spazio di tempo da qui alla fine della legislatura.
Si faccia decidere i cittadini con un referendum propositivo da abbinare alle elezioni del 2013, ha dunque proposto il Pd con Anna Finocchiaro. Ma il Pdl ha risposto picche: “Andiamo avanti” con l’idea di Berlusconi e Alfano, hanno detto. E Ignazio La Russa si è pure premurato di avvertire i colleghi: “Io e altri non staremo in un partito dove c’è gente che vota contro il semipresidenzialismo”. La speranza dei pidiellini è adesso di approvare nell’Aula del Senato il loro testo grazie a una ritrovata convergenza con la Lega e i ‘transfughi’ finiani di Fli. Ma non è neanche escluso che il Pdl in extremis accetti di accantonare la propria proposta.
Intanto, però, il varo del provvedimento, in programma per il 14 giugno, slitta. Con buona pace del premier Mario Monti e della sua richiesta ai partiti di maggioranza di “intensificare l’azione riformatrice, soprattutto per stringere i tempi”.

L'eterna riforma elettorale – A marzo ‘Abc’ (ovvero Alfano, Bersani e Casini) avevano annunciato in pompa magna un accordo raggiunto per sostituire il Porcellum con un sistema proporzionale sul modello tedesco. A maggio, all’indomani dello spoglio dei voti delle elezioni amministrative, quell’intesa è si è sciolta come neve al sole. E adesso se ne cerca un'altra. In fretta.
Ma i precedenti non sono incoraggianti. Non solo perché la bozza annunciata da ‘Abc’ non si è mai tradotta in una proposta di legge in Parlamento e dopo soli tre mesi è stata stracciata. Ma perché è dal 2006 che si indica come una “priorità”, un impegno “inderogabile” la necessità di cambiare l’attuale legge elettorale.
“Lo dico francamente: l’ho scritta io, ma è una porcata”, sono le famose parole di disconoscimento pronunciate nel marzo 2006 da Roberto Calderoli (la legge è datata dicembre 2005). E lo stesso Silvio Berlusconi, subito dopo il voto che quell’anno consegna la premiership a Romano Prodi dichiara: “A posteriori, un errore del mio governo è stata questa legge elettorale, voluta da alcuni alleati”. Il Cavaliere cambia poi idea e si erge a difensore degli aspetti positivi del Porcellum: “Perché cambiare?”. Ma nei due anni del governo di centrosinistra le cronache registrano un fitto dialogo per la riforma, anche con il segretario del neonato Pd, Walter Veltroni. Lo stesso Prodi nel suo discorso di insediamento alla Camera il 18 maggio 2006 dichiara l’intenzione di cambiare sistema elettorale “attraverso la ricerca di una costruttiva e larga collaborazione tra tutte le forze politiche”. Ma la legislatura termina senza che si sia fatto niente e nel 2008 si vota con il Porcellum.
Nel 2009 si tiene anche un referendum per modificare il sistema di voto. Ma non si raggiunge il quorum. Nel 2011 il vento anti-casta fa lievitare la sensibilità verso la necessità di riformare le regole del Parlamento dei ‘nominati’. E il referendum totalmente abrogativo della legge ‘porcata’ supera il milione di firme. Ma questa volta non si va neanche a votare: la Corte Costituzionale dichiara i quesiti inammissibili.
Insomma, dal 2008 si resta appesi al filo di un dibattito parlamentare che langue, nonostante i buoni propositi (la riforma elettorale è una “priorità”, hanno detto a turno i vari leader, tranne – a dire il vero – Berlusconi) e le positive risposte agli appelli del capo dello Stato. E neanche il governo dei tecnici, con la nascita di una nuova larga maggioranza, sembra agevolare l'impresa.
Il 12 giugno scorso, nel vertice a Palazzo Chigi con il premier Mario Monti ‘Abc’ hanno ribadito “l’impegno a portare sollecitamente a compimento le riforme”. E si starebbe già lavorando nella direzione di una "manutenzione" del Porcellum. Magari sul modello spagnolo. Ma i precedenti non sono di certo incoraggianti.

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