Dimettersi, quel verbo indeclinabile della politica italiana

Il deputato Simeone Di Cagno Abbrescia beccato dal settimanale Oggi mentre guarda un sito per maggiorenni
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L'ultimo caso riguarda Rosy Mauro, che ha rifiutato di fare un passo indietro da vicepresidente del Senato dopo lo scandalo che ha travolto la Lega. Ma da destra a sinistra sono molti quelli che l'hanno imitata. Mentre all'estero...

di Filippo Maria Battaglia

Il presidente del Senato Renato Schifani lo giudica "un gesto responsabile e saggio che svelenisce il clima". Parla della sua vice Rosy Mauro, coinvolta (ma non indagata) nello scandalo che ha travolto la Lega. Si dimette? No.
Schifani spiega che "da domani (cioè da oggi, 24 aprile, ndr) la vicepresidente presiederà l'assemblea ma, con grande senso di responsabilità, ha rimesso nelle mie mani il ruolo di vicario". Resta lì, rinuncia solo a una delega. Mauro - ricorda Schifani - non è infatti "sfiduciabile" e la diretta interessata, del resto, non ha mai pensato di lasciare la poltrona, nonostante intercettazioni e indiscrezioni che la vedrebbero al centro di finanziamenti sospetti al sindacato padano (da lei presieduto fino a qualche giorno fa) e di presunte lauree acquistate oltreconfine con i soldi del partito (ipotesi seccamente smentita dalla diretta interessata). "Intendo attenermi al regolamento come ho sempre fatto", ha replicato alla richiesta di Pd e Idv.

I casi esteri - Eppure all'estero almeno una dozzina di ministri e presidenti ha fatto le valigie per molto meno. Il capitolo più nutrito riguarda proprio l'istruzione. L'ultimo caso riguarda l'ex presidente ungherese. Pal Schmitt, coinvolto in una vicenda di plagio per aver copiato la sua tesi di dottorato, si è dimesso dopo un accorato intervento in parlamento in cui ha accusato un po' tutti, annunciando querele a destra e a manca. Ma resta il fatto che si è dimesso.
Ha seguito di qualche mese Karl Theodor von und zu Guttenberg, un altro pezzo da novanta della dirigenza europea. Fino al marzo 2011 faceva il ministro della Difesa tedesco, era uno dei pupilli di Angela Merkel e uno dei suoi probabili successori. L'accusa, anche qui, era quella di di aver copiato ampie parti della sua tesi di dottorato all'Università di Bayreuth. Dopo un mezzo polverone sul web, è arrivata la revoca del titolo di dottore e - a seguire - la rinuncia alla carica (e alle prebende) di ministro. Ho intenzione di assumermi la responsabilità che di solito pretendo dagli altri, ha detto, e la questione è finita lì.
Ci ha messo un po' più di tempo il presidente tedesco Wulff, accusato di avere ottenuto un prestito agevolato di 500mila euro dalla moglie di un imprenditore amico e di aver poi tentato di impedire che la notizia fosse pubblicata dalla Bild. Grande scandalo e grandi polemiche, e alla fine le dimissioni sono arrivate, con tanto di mea culpa del diretto interessato: "Ho fatto degli errori ma sarò scagionato", ha spiegato prima di alzare i tacchi e andare via.

I (pochi) casi italiani - La sfilza degli episodi resta comunque lunga. Lunghissima se confrontata ai casi nostrani che si contano davvero sulle dita di una mano. Come ad esempio nel caso del sottosegretario Carlo Malinconico, finito nella bufera per i soggiorni all'Argentario pagati dall'imprenditore che "rise" del sisma aquilano. O come ad esempio nel caso del suo predecessore (al ministero dell'Economia, nel governo Berlusconi) Nicola Cosentino, coinvolto nell'inchiesta giudiziaria sulla cosiddetta P3 e finito al centro di diverse indagini.

I deputati col vizietto - C'è pero un tema che lega Italia ed estero. A volte lo scandalo si connota infatti di sfumature scabrose, quasi a sottolineare un cliché ormai antico, quello del deputato col solito vizietto. Capita da noi e capita oltreconfine. Ma anche qui accade in modi e con reazioni decisamente diverse.
In Gran Bretagna anni fa fece un passo indietro Jacqui Smith, ministro degli affari Interni di Sua Maestà, beccato a noleggiare due film porno coi soldi dei contribuenti. Lo stesso fecero i tre ministri indiani dello stato del Karnataka, sorpresi dalle telecamere di una tv nazionale a guardare film porno su un cellulare. Tutti e quattro via, in un battibaleno.

E in Italia? I deputati beccati in Aula - Nulla di simile è accaduto nel caso del deputato Pdl Simeone Di Cagno Abbrescia, già sindaco di Bari. Nel febbraio 2011 fu beccato da un fotografo mentre guardava su un tablet un sito di avvenenti signorine (sopra la foto) durante la seduta in cui l'allora ministro Bondi approntava la sua animata concione in favore degli interventi alla Cultura. Niente di illegale, ovviamente, ma qualcosa di sconveniente, liquidato come un incidente dal parlamentare.
"Era uno spot, una pubblicità di quelle che compaiono all'improvviso. E' stata una cosa di un istante. Figuriamoci se mi metto a cercare i siti porno - aveva replicato - Stavo guardando le agenzie di stampa e i siti dei quotidiani e poi è apparsa questa pagina all'improvviso".
In quel caso, però qualcosa si mosse. Qualche mese dopo l'ufficio di presidenza della Camera chiese un passo indietro. Ma non al deputato, ai fotografi. "Dotatevi di un codice di autoregolamento", l'animata richiesta. Forse consapevole che era l'unico modo per evitare nuove brutte figure.

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