Ue, la carica delle leggi dal basso

Il logo del nuovo Diritto di iniziativa dei cittadini europei, promosso dall’Ue.
1' di lettura

E' appena entrato in vigore il sistema europeo di iniziativa legislativa dei cittadini. Acqua, matrimoni gay e reddito minimo garantito: le prime proposte sono già in moto. Nonostante l'eccessiva burocrazia, lamentano gli attivisti, e gli stati non pronti

Leggi anche:

L'Europa fa le prove di democrazia diretta: online
Petizioni online: Cameron rischia l'autogol

di Raffaele Mastrolonardo

Non diventeranno legge, se mai saranno approvate, prima di un paio di anni. Ma i semi sono in spargimento e questo è, di per sé, un piccolo evento. Che si tratti di pluralismo nell'informazione,  matrimoni gay o conservazione dei dati personali, alcune proposte lanciate in questi ultimi mesi hanno una cosa in comune: sono i primi vagiti di normative europee create dal basso. Dal primo aprile 2012 è infatti entrato in vigore il Diritto di iniziativa dei cittadini europei (ECI), che apre spazi di democrazia diretta nell'Ue permettendo ai suoi abitanti di farsi promotori di leggi comunitarie. E le organizzazioni non governative che hanno spinto per questo sistema per anni non hanno perso tempo: sono già partite alla carica, quando non in anticipo.

Acqua e diritti. Una lista ufficiale e completa dei progetti presentati o in corso di presentazione ancora non c'è, ma i movimenti già in pista sono parecchi. Tra quelli scattati allo sparo dello starter ci sono, per esempio, i sostenitori dei matrimoni gay. Spinta dal gruppo expogays.com, una proposta considera la non regolamentazione delle unioni omosessuali negli ordinamenti nazionali di 17 stati membri come una “discriminazione” dei diritti fondamentali di alcuni cittadini. E dunque chiede firme per sanare l'iniquità aprendo l'Europa intera alle nozze tra persone dello stesso sesso. In campo, nella speranza di sfruttare la democrazia diretta, ci sono anche i difensori dell'acqua pubblica: domandano supporto in nome di H2O e igiene per tutti, stop alla liberalizzazione dei servizi idrici, accesso universale e globale all'acqua e ai servizi igienici. Sul fronte della riduzione della ineguaglianze economiche si muove invece, a partire dall'Austria, un gruppo di organizzazioni che puntano a introdurre in Europa il reddito minimo garantito. Il 26 e 27 aprile prossimo le associazioni che sostengono la proposta, molte delle quali fanno parte del Basic Income Network, si riuniranno a Bruxelles per formalizzare l'iniziativa alla Commissione. La cittadinanza universale è l'obiettivo di un altro progetto che, per sostanziarla, domanda la possibilità per ogni cittadino di poter votare nelle elezioni di qualsiasi stato in cui risieda indipendentemente dalla nazionalità. Dietro ad alcune idee ci sono anche nomi noti. Jacques Attali, già consigliere di François Mitterand, ha per esempio associato il suo volto e il suo curriculum europeista ad una iniziativa che propone una legge per rendere la Ue allo stesso tempo più federale e solidale. Intanto, anche gli ambienti cattolici non stanno a guardare. A fine marzo, un gruppo di parlamentari europei che si definiscono “pro-life” ha annunciato, in collaborazione con la Conferenza dei vescovi europei, una legge di iniziativa popolare sul “diritto alla vita”.

Procedure farraginose
. Insomma, il dado della partecipazione è tratto e la scadenza del primo aprile ha dato la stura alle istanze dal basso di marca comunitaria. Tuttavia la strada verso l'approvazione di simili progetti resta lunga. E, anzi, molte di queste iniziative rischiano di non superare nemmeno la prima tappa, il vaglio preliminare della Commissione. Oltre a questioni procedurali Bruxelles valuterà infatti anche che le proposte non propongano la modifica di trattati, un requisito che limita lo spettro degli argomenti ammissibili e che, secondo alcuni sostenitori della democrazia diretta, lascia troppa discrezionalità nelle mani dei burocrati. Senza contare, poi, che alcuni aspetti formali rendono arduo per organizzazioni di dimensioni ridotte e con budget limitati completare il percorso. In particolare, ha fatto notare ECI Campaign, che raccoglie un'insieme di Ong che vedono in questo istituto una possibilità di rinnovamento della politica, la richiesta di esaurire la raccolta di firme (1 milione in tutto ma suddivise in almeno sette Paesi con minimi prestabiliti per ciascuno stato) in 12 mesi sarebbe “troppo breve”. Soprattutto per istituzioni piccole e su “temi che non sono ancora molto conosciuti o compresi dal grande pubblico”. Di fronte alla complessità dell'iter che richiede più volte l'intervento di autorità comunitarie e nazionali qualcuno è arrivato a parlare di una European Lobbyist Initiative: se questa è l'Eci – affermano i più scettici – solo istituzioni ben conosciute e dai portafogli sostanziosi hanno la possibilità di sostenere una proposta di legge in un percorso così articolato e su una scala così ampia come quella europea.

Siamo pronti?
Intanto, se molte organizzazioni sono ormai piazzate sui blocchi di partenza non si può dire lo stesso della macchina burocratica che dovrebbe garantire l'iter di presentazione e raccolta dei consensi ai progetti. Uno dei tasselli fondamentali, per esempio, ovvero la certificazione dei software con cui possono essere registrate le firme per via elettronica non è a posto. Le varie autorità nazionali a cui è stata demandato il compito (per l'Italia DigitPa, ex Cnipa) non hanno ancora messo a punto i criteri con cui il processo si svolgerà. E i comitati proponenti che volessero portarsi avanti (il regolamento dice che possono far certificare il programma anche prima di registrare la propria proposta di legge a Bruxelles) si troverebbero così in un limbo, o quasi. “Possono comunque presentare la richiesta: è un loro diritto”, spiega a SKY.it Stefano Arbia di DigitPa. “A quel punto noi chiederemmo della documentazione ma al momento non abbiamo ancora deciso (e nell'ultima riunione a livello europeo nessuno lo aveva fatto) come procedere nel dettaglio. Specificheremo tutto, al più presto, con una delibera”. Il problema è il livello di profondità dell'analisi dei software richiesto. Alcuni stati, secondo Arbia, sembrano orientati a richiedere solo documenti relativi al programma, altri pensano di effettuare una prova sul campo. Altri ancora hanno in mente di optare per dei certificatori esterni. “Ma questo probabilmente  – conclude – aumenterebbe i costi per i cittadini”.

Leggi tutto