India, Terzi: "Marò arrestati a causa di un sotterfugio"

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Il ministro degli Esteri riferisce in Senato: con l’inganno la polizia indiana ha fatto entrare l’Enrica Lexie nelle loro acque territoriali. E sull’uccisione in Nigeria di Lamolinara e McManus spiega: Londra tardò a informare Roma. GUARDA IL VIDEO

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E' stato con l'inganno che le autorità indiane sono riuscite a far entrare nelle loro acque territoriali la nave italiana Enrica Lexie e quindi ad arrestare due marò italiani che erano a bordo, con l'accusa di avere ucciso due pescatori.

Lo ha detto oggi il ministro degli Esteri Giulio Terzi in una informativa al Senato, in cui ha cercato di rintuzzare le critiche secondo cui non avrebbe saputo gestire efficaciemente la crisi fin dalle sue battute iniziali. E in cui ha riferito anche sull'uccisione in Nigeria degli ostaggi Franco Lamolinara e Christopher McManus, morti in seguito a un blitz delle teste di cuoio inglesi.

La trappola della polizia indiana -
A cadere nella trappola è stato prima di tutto l'armatore, che ha autorizzato il comandante della petroliera a virare verso il porto di Kochi, ma anche i responsabili militari in Italia, che nulla hanno obiettato al rientro in India - in questo contraddicendo quanto riferito ai media da fonti della Marina subito dopo il fatto.
Dopo che i marò a bordo della nave avevano avvertito del tentativo di un attacco da parte di pirati, il 15 febbraio scorso, - sventato sparando "alcuni colpi di avvertimento" -, le autorità indiane hanno chiesto al comandante di dirigersi verso il porto di Kochi per collaborare all'identificazione di alcuni sospetti, ha detto Terzi nella sua ricostruzione. "Alle 15.30 il Comando operativo interforze riceveva la comunicazione che la compagnia armatrice aveva deciso di accogliere la richiesta indiana autorizzando la deviazione della rotta".
"La nave non avrebbe dovuto entrare in acque indiane", ma questo è avvenuto a causa di "un sotterfugio della polizia locale e del centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay che aveva richiesto al comandante della Lexie di dirigersi al porto di Kochi per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati".
"Il comandante della squadra navale e del centro operativo interforze della difesa non avanzavano obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane, non avendo essi nessun motivo di sospetto", ha ricostruito Terzi.

L'intervento della Farnesina -
La Farnesina, in questa fase, non c'entrava nulla, ha precisato il capo della diplomazia italiana. Quanto all'arresto dei marò, dopo che l'Enrica Lexie aveva gettato l'ancora a Kochi, l'operazione è avvenuta "per effetto di evidenti, chiare azioni coercitive, portate a termine da oltre 30 uomini armati della sicurezza indiana saliti a bordo per prelevare i nostri marine e portarli a terra".
A questo punto, dice Terzi "l'azione del governo si è pragmaticamente adeguata ad esigenze prioritarie, prima di tutto quella di ottenere la sicurezza fisica nostri militari nell'ambiente fortemente ostile che si era determinata nello stato del Kerala alla notizia dell'uccisione di due pescatori". Il ministro degli Esteri ha ribadito che l'arresto e il procedimento giudiziario in corso in India è illegale perché l'episodio contestato è avvenuto in acque internazionali e vede al centro dei militari, che agendo come organi dello Stato italiano, sono coperti da immunità.

Ostaggi uccisi, Londra tardò a informare Roma -
La Gran Bretagna ha informato tardivamente l'Italia sull'operazione per liberare gli ostaggi in Nigeria, poi uccisi dai rapitori, perché la situazione sul terreno era precipitata, e non perché Londra temesse che Roma si sarebbe opposta. Così Giulio Terzi che ha anche aggiunto: "(Il ministro degli Esteri britannico William) Hague mi ha riferito della non intenzionalità britannica circa la tardiva comunicazione dell'azione, motivata dalla precipitazione della situazione sul terreno, e non dal timore che L'Italia si opponesse".

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