Soldi e politica: a 20 anni da Tangentopoli, ancora scandali

Il senatore, ex Pd, Luigi Lusi
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Il caso Lusi e il commissariamento del patrimonio di An riaccendono i riflettori sui bilanci. E infiammano il dibattito politico, mentre i pm indagano. In parlamento, intanto, si torna a parlare di una legge sui partiti, attesa da 60 anni

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di Serenella Mattera

Ironia della sorte, sono passati venti anni esatti. Un ventennio dall’arresto di Mario Chiesa, da quel 17 febbraio 1992 cui si fa risalire l’inizio di Tangentopoli. E le cronache dei giornali sono di nuovo piene di storie di soldi e politica. Sia chiaro, niente di paragonabile all’inchiesta giudiziaria che mise fine alla prima Repubblica. Ma le vicende di questi giorni, il caso Lusi, la contesa tra gli ex An, gli scandali che coinvolgono tesorieri disonesti, patrimoni contesi, partiti ‘fantasma’ e bilanci opachi, riportano a galla il tema dei finanziamenti alle forze politiche e di regole insufficienti o del tutto assenti.

Il caso Lusi – Il vaso di Pandora è stato riaperto dalla storiaccia che ha investito il tesoriere della Margherita Luigi Lusi. Le indagini della magistratura sono in pieno svolgimento. Lusi, accusato di essersi appropriato di 13 milioni di euro ed espulso perciò dal Pd, potrebbe essere di nuovo ascoltato in procura. Ma intanto la Guardia di finanza ha sequestrato i saldi dei conti correnti delle società Ttt e Paradiso Immobiliare, a lui riconducibili: 495 mila euro.
E mentre gli investigatori cercano di ricomporre il quadro della gestione del patrimonio ‘eredità’ della disciolta Margherita, aumenta la tensione tra gli ex margheritini (iscritti ora al Pd, all’Api, ma anche ad altri partiti), in un crescendo di sospetti incrociati e nervosismo. Francesco Rutelli, che della Margherita era il leader, ha convocato questa settimana la seconda conferenza stampa dall’esplosione dello scandalo. E non solo ha rigettato ogni sospetto (“Noi siamo la parte offesa, le vittime!”, “Io da presidente dei Dl non ho mai preso un cent”), ma ha anche chiamato in causa il Pd e gli ex Ds. “Lusi – ci ha tenuto a sottolineare - godeva di una fiducia condivisa e largamente meritata, anche da parte del Pd”. E ancora: “Ci sono tanti partiti che hanno un sacco di soldi pur non essendo più in attività. Perché non chiedete ai Ds perché non si vendono le centinaia di immobili che hanno in giro per l’Italia?”. 

Il patrimonio di An – Ma se il centrosinistra piange, il centrodestra di certo non ride. Perché anche dentro casa An è finita a carte bollate. All’esito di uno scontro tra ex aennini rimasti del Pdl e i finiani di Fli, il tribunale di Roma questa settimana ha nominato due commissari liquidatori del patrimonio di Alleanza nazionale, partito estintosi nel 2009 per confluire nel Pdl. Oggetto del contendere, la gestione di fondi e beni e in particolare di 26 milioni di euro che mancano all’appello.
"I soldi di An – accusa il vicepresidente di Fli Italo Bocchino - dovevano confluire in una fondazione e invece si è continuato a gestirli mettendoli a disposizione del Pdl”. Tra l’altro, risulterebbero diversi immobili (parte di un patrimonio da circa 300 milioni) concessi in uso ai giovani del partito e un prestito al Pdl (già restituito) di 3,7 milioni.
Il commissariamento è stato disposto dal tribunale dopo il ricorso dei deputati Antonio Buonfiglio ed Enzo Raisi. Mentre un’indagine penale è in corso in seguito a una denuncia della segretaria di Gianfranco Fini, Rita Marino, per fare chiarezza su 26 milioni, parte del patrimonio di An, che risultano essere stati spesi in questi anni.
I giovani finiani in un manifesto gridano: ‘Colonnelli, restituite il malloppo’. Mentre Fabio Granata tuona: “Sarebbe gravissimo scoprire che i contributi dei militanti Msi, fatti di sangue e militanza, siano stati utilizzati per finanziare il partito del miliardario Berlusconi o, peggio, per arricchimenti privati”. “Non c’è nessun ammanco”, ribatte il pidiellino Ignazio La Russa. Mentre Massimo Corsaro contrattacca: 21 dei 26 milioni sotto indagine, “sono stati spesi quando la fondazione An era governata dalle figure facenti parte della segreteria personale di Fini”.
Accuse e sospetti incrociati, insomma. Ma su un punto la linea dei finiani e dei pidiellini sembra poter convergere: “Anche noi che siamo parti lese di una gestione sbagliata – assicura Bocchino – siamo  certi che nessuno ha rubato niente”. Come a dire: non confondete il caso An con il caso Lusi.

Il tesoriere radicale –
Intanto si scopre che anche in casa dei Radicali italiani c’è un ex tesoriere ‘infedele’. E’ Pasquale Quinto, detto Danilo, condannato in via definitiva a dodici mesi di reclusione “per appropriazione indebita aggravata e continuata”. Come ha rivelato Panorama, spese personali come “multe, bollette, centri benessere, ristoranti, hotel”, venivano infatti da lui “iscritte nel bilancio dei radicali”. Una differenza, però, in questo caso c’è: è stato lo stesso partito a far emergere il caso, denunciando la vicenda. E adesso i Radicali hanno pronta nei confronti di Quinto una richiesta di risarcimento di 230 mila euro.

La legge sui partiti – I nuovi scandali e il faro che si accende sul potere senza controlli dei tesorieri, fanno tornare d’attualità il tema di una legge per regolare la vita dei partiti. La si attende da più di sessant’anni, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. E adesso, afferma il presidente del Senato Renato Schifani, “è giunto il momento di applicare quell’articolo: siamo inadempienti”.
Pier Ferdinando Casini annuncia per lunedì una sua proposta di riforma dei partiti (“la sottopongo in anteprima ad Alfano e Bersani”, dice). Mentre il Pd lo anticipa presentando al Senato un disegno di legge sul finanziamento alle forze politiche (firmato da Luigi Zanda e dal tesoriere Mauro Agostini). E neanche il Pdl tace: il segretario Angelino Alfano chiede di “rivedere” il sistema attuale dei finanziamenti, magari puntando al modello americano.
Tutti d’accordo, insomma. Ma chissà se, a vent’anni da Tangentopoli, questa sarà davvero la volta buona.

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