I tagli agli stipendi dei deputati? Solo un'illusione ottica

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L'ufficio di presidenza della Camera vara una riduzione delle buste paga degli eletti. Ma è sulla carta: in realtà la retribuzione netta non cambia per il passaggio al sistema contributivo. Intanto il governo stabilisce un tetto per i compensi dei manager

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In teoria, si tratta di un taglio: 1.300 euro lordi in meno (circa 700 netti). In realtà no. Nasconde semplicemente un mancato aumento che – in tempi di vacche grame, contestazioni sociali e austerity - avrebbe rischiato di creare una mezza sollevazione popolare.
Proviamo a ricostruire la storia. A metà pomeriggio di lunedì 30 gennaio l'ufficio di presindenza della Camera annuncia con un comunicato una sforbiciata alle buste paga dei parlamentari: "I deputati guadagneranno 1.300 euro lordi in meno (circa 700 netti), un taglio che sarà anche maggiore per quegli onorevoli che svolgono un doppio incarico come i presidenti di commissione", riportano le agenzie citando fonti di Montecitorio.
La decisione, spiega il vicepresidente della Camera Buttiglione, sarà "immediatamente operativa".
Sembra una gran notizia, in realtà, se si leggono le norme con attenzione, non è esattamente così.

La riduzione? Solo un'illusione ottica - La decisione arriva infatti contestulamente con quella, presa sempre dalla presidenza di Montecitorio, che prevede il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo dei deputati.
Passaggio, questo, richiesto a gran voce per equiparare il criterio per l'assegnazione della pensione agli onorevoli a quello dei "comuni mortali". Ma senza modifiche la nuova norma avrebbe l'effetto paradossale di aumentare il netto in busta paga agli eletti, dal momento che i vitalizi entravano nell'imponibile ed erano dunque tassati, mentre i contributi previdenziali no.
Per correre ai ripari, l'ufficio di presidenza decide allora di tagliare 1.300 euro lordi alle indennità. Risultato? Per i deputati il taglio è solo formale perché lo stipendio netto in busta paga resterà lo stesso, anche se per lo Stato si dovrebbe comunque trattare di un risparmio. 

Manager, stretta sugli stipendi d'oro - Questo è ciò che succede a Montecitorio. A Palazzo Chigi, nelle stesse ore, il governo invece vara un decreto per fissare un tetto agli stipendi dei dirigenti della Pubblica amministrazione. Nessun manager di stato potrà guadagnare più del primo Presidente della Corte di Cassazione. Lo schema del decreto deve ottenere ora il parere delle competenti commissioni parlamentari.
Il provvedimento - spiega un comunicato del governo - si fonda su due principi: "Il trattamento economico complessivo del primo Presidente della Corte di Cassazione diventa il parametro di riferimento per tutti i manager delle pubbliche amministrazioni. In nessun caso l'ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite; per i dipendenti collocati fuori ruolo o in aspettativa retribuita, presso altre pubbliche amministrazioni, la retribuzione per l'incarico non potrà superare il 25% del loro trattamento economico fondamentale. Resta valido il tetto massimo indicato in precedenza".

Il commento di Enrico Letta, vicesegretario Pd, a SkyTG24:

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