“Giù Monti o cade Formigoni”: aut aut di Bossi a Berlusconi

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Il leader della Lega spiega: “Abbiamo chiesto in maniera molto chiara di far saltare la regione Lombardia che è piena di inquisiti. Ma se proprio dobbiamo sostenerla per lo meno salti il governo”. E assicura: “Non abbiamo paura del voto”

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Massimo Ponzoni (Pdl) Franco Nicoli Cristiani (Pdl) - Filippo Penati (Pd) - Prosperini (Pdl) - L'inchiesta Montecity - Loris Cereda - Mirko Pennisi (Pdl)

Sale di nuovo la tensione tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi con un nuovo aut-aut del Senatur al Cavaliere. In tribunale per l'udienza sul processo Mills, l'ex premier dribbla con cura le domande sullo stato dei rapporti con il Senatur limitandosi a rassicurare solo sulla tenuta dell'alleanza in Lombardia. Sceglie il low profile: "Se non rispondo è perché non posso" spiega l'ex capo del governo come a voler evitare di compromettere l'equilibrio precario con i Lumbard. A mettere in chiaro però che la situazione è tutt'altro che tranquilla è invece il leader della Lega che, dopo il comizio di domenica a Milano, mette di nuovo il Cavaliere spalle al muro: faccia cadere Monti oppure la Lega toglierà il suo appoggio a Roberto Formigoni, governatore della Lombardia.

Il Senatur, messo di fronte al sospetto che tra lui e l'ex capo del governo sia in atto un 'gioco delle parti' subito avverte: "Il mio è un aut aut", spiega motivando anche il perché il Carroccio voglia far cadere la giunta del Pirellone: "Abbiamo chiesto in maniera molto chiara di far saltare la regione Lombardia che è piena di inquisiti ed è difficile sostenerla. Ma - è il ragionamento del leader dei lumbard - se proprio dobbiamo sostenerla, per lo meno salti il governo Monti". Bossi non fornisce una data di scadenza all'ultimatum lanciato al Cavaliere ma fa capire, senza tanti giri di parole, che la pazienza non è infinita: "Lo sapete - spiega ai cronisti che lo attorniano in Transatlantico alla Camera - dopo un po' mi rompo le scatole".

I toni non cambiano nemmeno di fronte all'ipotesi che il Pdl, in caso di caduta della giunta lombarda, possa far mancare il suo sostegno al governo del Piemonte e del Veneto, due regioni guidate da presidenti del Carroccio: "Non abbiamo paura di andare al voto - è la sfida lanciata dal leader leghista - tanto vinciamo dovunque". Che la situazione sia tutt'altro che tranquilla lo dimostrano poi i capannelli alla Camera (il segretario del Pdl Alfano si intrattiene con il governatore del Piemonte Roberto Cota) così come, per tutto il pomeriggio del 25 gennaio, è un susseguirsi di capannelli di esponenti pidiellini in cui a tenere banco come argomento principale è proprio il voto amministrativo previsto per la primavera e l'incognita sulle alleanze.

Giovedì 26 gennaio l'ex premier sarà a Roma e per la sera avrebbe già convocato un vertice con lo stato maggiore del partito e, viste le dichiarazioni di guerra del Senatur, il 'capitolo' Lega sarà uno degli argomenti in discussione, oltre alle modifiche da chiedere al dl liberalizzazioni. Certo è che le parole del leader leghista hanno comunque come primo effetto quello di aumentare il caos dentro il Pdl, mandando in secondo piano l'attestato di stima reso da Mario Monti al governo Berlusconi. Le parole de Professore mettevano in difficoltà la fronda pidiellina che da tempo chiede all'ex premier di staccare la spina all'esecutivo. Ma le minacce di Bossi causano l'effetto esattamente contrario e cioè aizzare proprio i falchi preoccupati che l'appoggio all'esecutivo faccia perdere sempre più consensi al Pdl.

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