Referendum elettorale, attesa per il parere della Consulta

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I giudici costituzionali decideranno giovedì 12 gennaio sui quesiti per l'abrogazione del "Porcellum". I referendari temono una bocciatura, scendono in piazza e rilanciano la protesta su Twitter. In Parlamento si scommette sullo stop e si parla di riforma

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di Serenella Mattera


“Preferisco preferire”. Lo slogan ripetuto in decine di tweet, dà il senso dell’attesa che sale. “No al Porcellum”, tornano a gridare via web i referendari quando manca poco all’inizio dei lavori della Corte costituzionale per stabilire se sono validi i due quesiti per abrogare l’attuale legge elettorale: la decisione arriverà giovedì 12 gennaio. Ma la tensione è palpabile per la possibilità che la consultazione venga bocciata. E che il sistema di voto resti così com’è, anche al prossimo rinnovo del Parlamento.
I partiti, a dire il vero, promettono che così non sarà. Giurano che riusciranno in ogni caso a riformare questa legge, perché vogliono farlo. Ma i sostenitori del referendum li accusano di esercitare nel frattempo pressioni sulla Consulta, perché decida per il ‘no’.
Un verdetto, quest'ultimo, che negli ambienti parlamentari viene considerato il più probabile. Anche se negli orientamenti dei giudici costituzionali i giochi sembrano ancora aperti. "Una decisione negativa suonerebbe come frustrazione. E le frustrazioni politiche, in democrazia, sono molto pericolose", dice in un'intervista a Repubblica l'ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky. E Renato Balduzzi ministro del Governo Monti e tra i promotori nei mesi scorsi della raccolta firme, si schiera a favore del ‘sì’.

Gli scenari – Se la Corte costituzionale accogliesse la richiesta dei cittadini, a giugno si andrebbe a votare per abrogare la legge Calderoli, più nota come Porcellum. E il risultato sarebbe quello di riportare in vita il vecchio sistema elettorale, il cosiddetto Mattarellum. Ma poiché quel sistema risulta per lo più sgradito ai partiti, appare fin d'ora probabile il tentativo delle forze politiche di anticipare il verdetto dei cittadini, approvando prima di giugno una riforma in Parlamento, che annulli la necessità del referendum.
Nel caso in cui, al contrario, la sentenza della Consulta bocciasse subito la consultazione, i tempi parlamentari si allungherebbero di molto. E una riforma del Porcellum potrebbe non vedere la luce in questa legislatura.
Un terzo scenario, infine, viene adombrato da qualcuno in queste ore: che la Consulta dica sì al referendum, ma poi qualche partito, per tornare a votare con la legge attuale, decida di provocare elezioni anticipate già in primavera. Con la conseguente caduta del governo Monti. Una ipotesi che, assicura il ministro della Salute, Renato Balduzzi, “il governo non teme". Smentendo così implicitamente ogni interesse a remare ‘contro’ il referendum.

I pronostici – I 15 giudici della Corte costituzionale chiamati a decidere, appaiono al momento divisi in parti uguali tra chi è orientato a dire sì e chi al contrario propende per il no alla validità dei quesiti. La partita potrebbe dunque giocarsi sul filo di lana.
Ma sia Gaetano Quagliariello (Pdl) che Marco Follini (Pd) "a naso" scommettono che alla fine la consultazione sarà bocciata (anche se magari con una sentenza contenente alcune critiche verso il Porcellum). Un'ipotesi, questa, che circola insistentemente in Parlamento. E si basa sulla convinzione che la Consulta, attenendosi ai suoi passati orientamenti, non possa consentire che con l’abrogazione dell’attuale legge si crei un vuoto normativo in una materia delicata come quella elettorale.
I referendari però sostengono  che la consultazione non provocherebbe alcun vuoto, perché tornerebbe automaticamente in vita il vecchio Mattarellum. Di qui la richiesta di dichiarare ammissibile almeno uno dei due quesiti presentati. Una richiesta a favore della quale si schiera anche il ministro Balduzzi, che da costituzionalista si unisce "all'appello di 111 colleghi", convinti che il referendum possa tra l'altro “svolgere una funzione di pungolo per il varo in Parlamento di una nuova legge elettorale”.

La riforma parlamentare – L’1,2 milioni di firme presentate a sostegno del referendum, del resto, almeno un primo risultato sembrano averlo raggiunto: tutti i partiti si dichiarano convinti che si debba cambiare il Porcellum. Un dialogo è stato avviato, da destra a sinistra. E se il premier Monti afferma che la questione non è di competenza del suo governo (“spetta alla politica”), si va verso l’approvazione bipartisan di una mozione d’indirizzo proposta da Vannino Chiti per impegnarsi a varare un nuovo sistema di voto e insieme mettere in mano alle riforme istituzionali entro fine legislatura.
Certo, nel merito le posizioni sembrano ancora distanti. Con l’Udc che spinge per il proporzionale e Pdl e Pd che mirano a una soluzione che non svantaggi i partiti maggiori. E se il Pd ha già una proposta di sistema alternativo all’attuale, oggi Angelino Alfano riunirà un tavolo di lavoro per elaborare quella del Pdl.
C’è tanta strada da fare, insomma. Ma i partiti che non partecipano a questo primo accenno di dialogo (Idv e Lega), già insorgono. “Questo balletto di voci puzza di inciucio e di fregatura”, dice il dipietrista Felice Belisario. Mentre Roberto Maroni avverte: “Penso che ci siano intese sotterranee tra Pdl, Pd e Udc per tagliar fuori chi non è omologato, in primo luogo la Lega. Ma vigileremo”.
E Antonio Di Pietro denuncia: "Diverse forze politiche, quelle maggiori, sperano e si stanno adoperando per creare le condizioni per una bocciatura dei referendum elettorali".

La protesta referendaria – Intanto, i rumors sulla possibilità di un no ai quesiti, destano allarme e preoccupazione tra i referendari. Che per la sera di martedì 10 gennaio hanno indetto una fiaccolata a Roma, davanti alla sede della Consulta, e una veglia in piazza Castello a Torino. Mentre su Twitter la campagna pro-quesiti torna a infiammarsi. “#sireferendum” e “#noporcellum”, scrivono in migliaia, aderendo a un’iniziativa lanciata dal gruppo “Basta casta”. “Preferisco preferire”, ripetono tanti, per chiedere che i parlamentari tornino a essere eletti e non nominati. “Riprendiamoci la democrazia”, invocano. E intanto sperano che i giudici non pongano subito fine alla loro battaglia.

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