2011. L'anno di 're Giorgio', è lui il protagonista politico

Giorgio Napolitano con Mario Monti
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Dallo scontro Berlusconi-giudici alla crisi economica, passando per il secessionismo leghista, il racconto di un anno in cui si è ha fatta sentire forte la voce del presidente della Repubblica. Che ha preso in mano le redini nel momento più delicato

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di Serenella Mattera

“Re Giorgio”. L’incoronazione è opera del New York Times, ma il titolo è guadagnato sul campo. Perché in questo 2011 di crisi Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, è il vero protagonista della politica italiana. Colui che, da garante dell’unità nazionale e delle istituzioni, contrasta spinte disgregatrici e tensioni tra poteri dello Stato. Colui che denuncia la vergogna carceraria e smaschera la bugia padana. Colui che mette in riga, quando necessario, partiti e governo e nel momento più acuto della crisi pilota il cambiamento. “Anche io – ha detto Napolitano a novembre all’accademia dei Lincei – in un certo senso mi occupo di ricerca… ricerca di soluzione a problemi spinosi della nostra vita istituzionale”. Ed è stato tale e tanto quest’anno il lavoro del capo dello Stato, che appare arduo farne una rassegna esaustiva.

L’unità d’Italia – “Reggeremo alle prove che ci attendono, come abbiamo fatto in momenti cruciali del passato, perché disponiamo anche oggi di grandi riserve di risorse morali e umane. Ma ci riusciremo a una condizione: che operi nuovamente un forte cemento nazionale unitario, non eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità”. E’ il 17 marzo quando Napolitano nell’Aula della Camera pronuncia queste parole. Sono giorni in cui il Parlamento è sempre più carico di tensioni e il Paese affronta una crisi economica senza precedenti.
Il capo dello Stato gira in lungo e in largo l’Italia per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia (“Non faccio altro che correre”, scherza il 19 marzo) e i cittadini lo applaudono e lo acclamano, mentre contestano il premier Silvio Berlusconi, fiaccato da scandali giudiziari e difficoltà politiche. Diventa evidente, in quei giorni di marzo, che Napolitano viene considerato figura di riferimento.

La bugia padana – “E’ chiaro: il popolo padano non esiste”. La doccia fredda colpisce la Lega il 30 settembre. Il presidente della Repubblica con poche parole dice basta alle pretese ‘nordiste’ del Carroccio, dopo aver affermato che “chi parla di secessione è fuori dalla storia”. Ma lo scontro con Umberto Bossi prosegue per tutto l’anno. Se il Senatur proclama che il Nord può far da solo, Napolitano ribadisce a più riprese che “il Paese deve crescere unito o non crescerà”. E di fronte alla richiesta di decentramento dei ministeri, arriva lo stop del Colle, tant’è che i leghisti si devono accontentare di semplici uffici distaccati di rappresentanza.

Scontri tra poteri – Il 2011 è anche l’anno del caso Ruby. Senza entrare nel merito delle accuse o interferire, il capo dello Stato si limita ad affermare la consapevolezza “del turbamento dell’opinione pubblica dinanzi alla contestazione” al presidente del Consiglio “di gravi ipotesi di reato”. Ma non tace di fronte al rovente scontro ingaggiato da Berlusconi con i giudici. E definisce “intollerabile”, “sterile”, “insostenibile” per la giustizia italiana, il “conflitto fatale tra politica e magistratura”.

La crisi libica – C’è un altro momento in cui Napolitano si afferma da protagonista, quello dell’intervento internazionale in Libia. Mentre Berlusconi esprime perplessità sull’attacco all’amico Gheddafi, il presidente della Repubblica assicura: “l’Italia farà la sua parte”. Tant’è che Bossi lo accuserà di aver “voluto la guerra”

La vergogna italiana – “Ripugna la condizione attuale delle carceri e dei detenuti”. “Il sovraffollamento è una vergogna per l’Italia”. “I residui ospedali psichiatrici giudiziari sono un estremo orrore”. Napolitano torna sull’argomento carceri in diverse occasioni. E sempre con parole eloquenti.

I nuovi cittadini – “L’accoglienza è un nostro valore”, ricorda il presidente. E nelle settimane in cui le nostre coste si vanno riempiendo di immigrati provenienti dal Nord Africa, lui che da europeista convinto difende a più riprese le ragioni dell’Ue, invita l’Europa a non chiudersi, perché “nulla sarebbe più miope, meschino e perdente del ripiegamento su se stessa”. Quanto all’Italia, alle spinte xenofobe della Lega e della destra estrema Napolitano risponde auspicando “la cittadinanza per i bambini nati in Italia da immigrati stranieri”.

I costi del Colle – La polemica sui costi della politica non risparmia il Quirinale. Ma il suo inquilino risponde rinunciando all’aumento del proprio stipendio e dando una più generale stretta alle spese.

La vigilanza – Tra decreti bloccati o dichiarati irricevibili, messaggi di richiamo alle Camere, verifiche parlamentari invocate, il 2011 è per Napolitano un anno di continui tira e molla e costante sorveglianza sull’operato del governo Berlusconi. Già a febbraio il presidente evoca il rischio di elezioni anticipate, nel caso in cui proseguano gli strappi innescati dalla politica. Il capo dello Stato è attento a non oltrepassare mai i limiti dei suoi poteri, ma fa trapelare la sua preoccupazione per una maggioranza sempre più risicata e un Parlamento paralizzato dai conflitti. Per non parlare della perdita di credibilità del Cavaliere.
“La sostenibilità anche internazionale era al limite – ha raccontato a fine anno Napolitano - A me toccava seguire imparzialmente le reazioni delle forze in campo. Fino a quando Berlusconi, prendendo atto di una situazione critica si è risolto, con senso di responsabilità, a rassegnare le dimissioni”.

La crisi – Crisi economica e politica insieme. Quando la spirale si avvita, il presidente sente il suo “preciso dovere istituzionale di evitare un immediato scioglimento delle Camere”, nonostante le pressioni in tal senso di Berlusconi e Bossi. E traccia la via con la nomina a senatore a vita di quel Mario Monti, “personalità fuori dalla mischia politica e di indubbia autorevolezza internazionale”, che incaricherà di formare il nuovo governo e di “evitare la catastrofe”.
“La democrazia non è sospesa”, proclama Napolitano di fronte alle perplessità di qualcuno. E già si prepara ad affrontare il lavoro che il 2012 gli riserverà, tra la necessità di quella crescita da lui a lungo auspicata e gli annunci di recessione.

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