Berlusconi: "Non mi dimetto, fiducia sul maxi-emendamento"

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Il premier smentisce le voci sulla fine dell'esecutivo diffuse da giornalisti vicini al centrodestra: "Non sono attaccato alla sedia, voglio vedere in faccia i traditori". Maggioranza a rischio alla Camera. Incontro tra Fini, Bersani, Casini. VIDEO

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(in fondo all'articolo tutti i video sulla crisi nella maggioranza)

Niente dimissioni. Silvio Berlusconi vuole "vedere in faccia i traditori" e per questo chiederà la fiducia sulla lettera inviata alla Bce. Il presidente del Consiglio lo ha fatto sapere nella mattina di lunedì, dopo le voci che lo volevano ormai pronto alle dimissioni e dopo la smentita, affidata ai maggiorenti del Pdl e poi ribadita sul suo profilo ufficiale di Facebook. "Domani si vota il rendiconto alla Camera, quindi porrò la fiducia sulla lettera presentata a Ue e Bce. Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi", ha spiegato Berlusconi con una telefonata al quotidiano Libero: "Non capisco come siano circolate le voci delle mie dimissioni, sono destituite di ogni fondamento".

A dare per certe le dimissioni del premier erano stati proprio giornalisti di quotidiani vicini al governo, come il vicedirettore di Libero, Franco Bechis, che ha affidato a Twitter la notizia, e poi ha messo online la conversazione telefonica (l'audio) con una delle sue fonti (poi rivelatasi il sottosegretario Guido Crosetto, per sua stessa ammissione), e Giuliano Ferrara. Dopo la smentita del premier, il direttore del Foglio è tornato a spiegare: "Ho raccolto e riproposto voci note su un imminente passo di Berlusconi per sottrarre il paese e se stesso a un’incertezza radicale, a un’agonia politica senza capo né coda". E indica quindi la soluzione: "La via d’uscita c’è. Invece di prolungare l’agonia, Berlusconi si presenta alle Camere, chiede la fiducia per varare la legge di stabilità e il maxiemendamento, annuncia che si dimetterà un minuto dopo e che chiede le elezioni a gennaio. Di questo si discute".

Gli effetti degli annunci e delle smentite circa le dimissioni del premier si sono fatti sentire anche a Piazza Affari e la Consob si è detta pronta ad avviare accertamenti.

D'altra parte, Berlusconi è determinato ad andare avanti: "Non siamo attaccati alla cadrega, - ha detto via telefono a Monza nel corso di un incontro di partito -  ma in questo momento la cosa peggiore sarebbe un vuoto di governabilità". Il premier si mostra inoltre convinto di avere i numeri in Parlamento, non solo per incassare la fiducia al maxiemendamento, ma anche per "fare le riforme costituzionali". "Andiamo avanti e cerchiamo di superare lo scoglio del voto di fiducia nei prossimi giorni - ha detto - abbiamo una maggioranza capace di fare le riforme costituzionali. Se gli schemi parlamentari portassero a un ribaltone nel quale la sinistra va al governo non saremmo in democrazia".

Tuttavia, l'ipotesi di porre la fiducia alla lettera di Berlusconi a Ue e Bce - i cui contenuti sono, in gran parte, ripresi nel maxiemendamento al ddl stabilità - non piace al ministro degli Esteri Franco Frattini che, da Milano, fa sapere: "Auspico che non vi sia una fiducia, ma che il maxiemendamento di circa 50 articoli sia il risultato di un confronto parlamentare tra maggioranza e opposizione e ognuno si assumerà le proprie responsabilità".

Per un passo indietro da parte di Silvio Berlusconi si sarebbe espressa anche la Lega durante un incontro avuto con il capo del governo nella sua villa di Arcore, dove il premier è rimasto tutta la giornata e dove ha pranzato con i figli e con Confalonieri. Un invito quello del Carroccio che arriva dopo le parole pronunciate domenica da Roberto Maroni: "Inutile accanirsi, la maggioranza non c'è più”.

Intanto, l'opposizione è in fermento, gli incontri si susseguono a ritmi forsennati, e hanno come epicentro lo studio del Presidente della Camera, Gianfranco Fini: nel pomeriggio, complice la presentazione del libro del vicepresidente del Csm, Michele Vietti, Fini ha incontrato Renato Schifani. Un colloquio lungo un'ora quello tra i presidenti di Camera e Senato, al quale sono seguiti quelli con Gianni Letta, con il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, con il capogruppo democratico Dario Franceschini, con il segretario dell'Api Francesco Rutelli e con il segretario Udc Lorenzo Cesa. In mezzo, il faccia a faccia tra Casini e Letta sulle "riforme e utili per il Paese che non si riescono a fare a causa del clima di contrapposizione".

E i numeri non sembrano dare ragione al premier. Salvo sorprese dell'ultima ora, al voto del rendiconto dello Stato la maggioranza non raggiungerà quota 316, fermandosi a 313-314. Cifre però che rischiano di scendere repentinamente sotto quota 300 nel caso le opposizioni e gli 'scontenti' decidano tutti di astenersi.

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