Pd nel caos, Bersani: "C’è chi vuole azzoppare il partito"

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Durante la direzione nazionale il segretario finisce nel mirino non solo dei big della minoranza come Veltroni e Fioroni ma anche degli alleati interni come Franceschini. Mentre Parisi chiede le dimissioni per il mancato sostegno al referendum elettorale…

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Pippo Civati, forse peccando di semplificazione eccessiva, sostiene che "il vero problema è chi farà il leader in caso di elezioni". Il tema della premiership non è stato nemmeno sfiorato alla direzione del Pd, che si è tenuta lunedì 3 ottobre, ma certo il segretario Pier Luigi Bersani è entrato nel mirino non solo di big della minoranza come Veltroni e Fioroni ma anche di alleati interni come Dario Franceschini, tutti convinti che il Pd debba schierarsi senza se e senza ma per un governo di transizione, mentre Arturo Parisi è arrivato a ventilare le dimissioni del segretario per la linea sul referendum.

Bersani (qui è possibile leggere una sintesi della sua relazione) è convinto che la "vera ripartenza e ricostruzione del paese" possa avvenire solo attraverso le elezioni che restano "il nostro orizzonte". Il Pd, d'altro canto, è "pronto ad assumersi le responsabilità anche in un governo di transizione per affrontare l'emergenza economica e una nuova legge elettorale".

Una posizione che cerca di tenere insieme chi, nel Pd, lavora per un governo tecnico e chi, come Nicola Latorre, crede non ci siano le condizioni per governi tecnici come avvenne negli anni '90. Ma che scatena critiche di "mancanza di chiarezza" contro il segretario. "Serve una proposta inequivocabile - chiede Veltroni senza citare Bersani - le due scelte, elezioni o governo di responsabilità non possono essere messe sullo stesso piano anche perché più si parla di elezioni più si indebolisce la prospettiva di dar vita ad un governo di responsabilità”. E Giuseppe Fioroni chiede di non dare "la sensazione di chiedere un governo di emergenza alla luce del sole e poi lavorare nell'ombra per le elezioni anticipate".

Il timore di molti è che Bersani, ascoltando le sirene di Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, si faccia restringere nel campo del Nuovo Ulivo mentre il voto nel 2013 consentirebbe di cercare fino all'ultimo l'intesa con i centristi e, sussurrano i maligni, magari riaprire la corsa per la premiership. Ma, oltre alla minoranza, anche Dario Franceschini chiede che non ci siano "sbandamenti" rispetto al sostegno ad un eventuale esecutivo di transizione ed esprime rammarico per il mancato appoggio del Pd al referendum. E anche nella maggioranza va avanti la divisione tra Enrico Letta e il responsabile economico del Pd Stefano Fassina sulle ricette economiche della Bce con il vicesegretario che li considera "stimoli fondamentali" per un partito come il Pd che non deve essere "conservatore".

Ma è lo show di Arturo Parisi che spara a zero contro la decisione del Pd di non sostenere il referendum, fino ad arrivare ad ipotizzare le dimissioni del segretario ("in un partito serio il segretario si presenterebbe dimissionario", ha detto), ad alzare la tensione nel Pd. L'ex ministro attacca la miopia del Pd "rimasto abbarbicato ad un progetto di tipo 'bulgaro"' salvo poi scoprire che il referendum "è uno stimolo come la dolce Euchessina". Parole dure che spingono Bersani, concludendo la direzione, a dirsi stupito che "ci siano dirigenti che, invece di valorizzare il lavoro del partito, lo azzoppano".

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