Penati, il Pd e il boomerang della questione morale

Pier Luigi Bersani insieme a Filippo Penati
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Dopo le parole del Gip (“gravi indizi di colpevolezza”), nel Partito democratico aumentano le critiche nei confronti dell'ex presidente della provincia di Milano, indagato per presunte tangenti. Ma all'inizio le prese di distanza erano molto più deboli...

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E "il fulmine a ciel sereno" (la definizione è di Bersani) si trasformò, un mese dopo, in un "problema di etica pubblica" (la frase, stavolta,  è del senatore Pd Casson).
A cinque settimane di distanza dalla diffusione della notizia dell’indagine a suo carico per un presunto giro di tangenti sull’area Falck, l’ex sindaco di Sesto ed ex presidente della provincia di Milano Filippo Penati ha annunciato di essersi autosospeso dal Pd e di voler lasciare il gruppo consiliare in regione Lombardia.
“Una scelta obbligata”, “un atto di responsabilità”, “l’unico comportamento possibile”: adesso, le definizioni dei colleghi di partito si sprecano e virano tutte su uno spartito duro.
Un'accelerazione che segna un cambio di rotta netto e cerca di coprire un imbarazzo evidente, specie dopo la decisione del Gip, che non ha concesso l’arresto, ha escluso la concussione e il finanziamento illecito ma ha comunque parlato di “gravi indizi di colpevolezza” e di “reati di corruzione”, ormai prescritti.

“Se le accuse fossero vere, il Pd non potrebbe consentire a un personaggio simile di restare all’interno del partito”, dice l’ex capo della Procura di Milano, Gerardo D'Ambrosio, oggi senatore del Partito democratico.
E il presidente del suo partito, Rosy Bindi, incalza: “E’ apprezzabile la sua decisione di autosospendersi. Ma le prescrizioni non sono assoluzioni: Penati troverà il modo di fare piena chiarezza”.
Perché il punto è proprio questo: nelle sue dichiarazioni, Penati non ha fatto alcun cenno all’intenzione di voler rinunciare alla prescrizione. Se non lo farà, come ricorda Antonio Polito sul Corriere, il processo non ci sarà (e dunque non si saprà se il reato sia stato commesso o meno). E la dichiarazione di Bersani, rilasciata a caldo dopo l’autosospensione di Penati, sembra tradire proprio quest’imbarazzo: “Chiunque sia indagato in questioni di questo genere è giusto che faccia un passo indietro. Penati lo ha fatto e ha fatto bene”.

Frasi di un tenore diverso, anzi diversissimo rispetto a un mese fa, quando la notizia dell’iscrizione del registro degli indagati aveva spiazzato tutti, Bersani in testa (di cui Penati è stato per diversi mesi capo della sua segreteria politica).
Il segretario Pd parlava di un “fulmine a ciel sereno”, minacciava class action degli iscritti contro "la macchina del fango", mentre diversi giornali di aerea titolavano “Penati indagato per presunte tangenti” (quasi a sottolineare un’evidenza in altri casi rimasta implicita: e cioè che se si è indagati è chiaro che si è innocenti fino a prova contraria e che il reato è tutto da dimostrare).
In molti nel partito si affrettavano al solito auspicio a “lasciare lavorare i magistrati con serenità” e alla rituale solidarietà all’indagato, certi “che dimostrerà la sua estraneità. Solidarietà che, in quest’ultimo mese, tra distinguo e imbarazzi, si è fatta sempre più flebile nel Pd, e non solo in esso.

“La presunzione di innocenza vale sul piano giudiziario ma non su quello politico”, ha scritto ad esempio Eugenio Scalfari il 28 luglio 2011, a trent’anni esatti dalla celebre intervista che il fondatore di Repubblica raccolse dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer.
In quel colloquio, Berlinguer affermava che “la questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell'Italia di oggi fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande e con i metodi di governo di costoro”.

Parole che ora rischiano di sembrare tristemente profetiche, specie se si leggono altre dichiarazioni, provenienti sempre dal Pd.
"Il caso di Penati non è isolato. Purtroppo vicende simili, di corruzione nella pubblica amministrazione, sono successe anche in altre regioni. E' evidente che c'è un problema di etica pubblica. Di fronte a questo, il Partito democratico dovrebbe riflettere e agire prima e di più”.
A dirle a Libero è un altro ex magistrato, Felice Casson, ora senatore del partito di Bersani. Quasi a segnare una consapevolezza che per qualcuno è arrivata troppo tardi per non creare una scollatura con il proprio elettorato.

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