Roma: una sola donna in giunta Alemanno. Si pronuncia il Tar

Il sindaco di Roma Gianni Alemanno
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Il sindaco della capitale rischia di dover rifare la sua squadra di governo per la seconda volta in un anno, se i giudici decideranno che la composizione non rispetta il principio di pari opportunità. Ma il Pdl già si spacca sul toto-nomi

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Quote rosa. Assume queste sembianze l’ultima grana che pende sul Campidoglio, o meglio sulla giunta guidata da Gianni Alemanno. Il Tar del Lazio si è infatti dato sette giorni di tempo per decidere se la squadra di assessori scelta dal sindaco di Roma nel rimpasto fatto lo scorso gennaio, a seguito dello scandalo ‘Parentopoli’, rispetti il principio di pari opportunità. C’è infatti solo una donna su dodici componenti. E il giudice amministrativo potrebbe perciò annullare la delibera che ha designato la giunta e imporre al primo cittadino di ricomporla, mettendoci un po’ più di ‘rosa’. Ma l’ipotesi rischia di far traballare i delicati equilibri dentro il Pdl, che da solo governa la capitale.

Erano due, all’inizio, gli assessori donna di Alemanno. A gennaio il sindaco ne ha sacrificato uno, l’assessore alla Scuola Laura Marsilio, per sostituirla con un uomo, Gianluigi De Palo. Ma prima i Verdi di Angelo Bonelli, poi le consigliere comunali di Pd e Sel, Monica Cirinnà e Gemma Azuni, hanno deciso di fare ricorso al Tar. Per contestare la validità dell’Alemanno-bis. E per affermare che non rispetta il principio di pari opportunità enunciato anche dallo Statuto del Comune di Roma e “palesemente” disatteso.

La sentenza sarebbe potuta arrivare già mercoledì 13 luglio. Ma il Tar si è dato una settimana di tempo per decidere, come prevede la legge. Intanto, però, il Campidoglio si è andato convincendo che la causa sarà persa, che i giudici daranno ragione ai due ricorsi e costringeranno (con l'annullamento di tutte le deleghe) a fare largo ad almeno un’altra donna in giunta, sacrificando uno o più colleghi uomini (12 è infatti il numero massimo di assessori). Perciò nel sindaco si è fatta largo negli ultimi giorni l’idea di battere sul tempo la magistratura e fare lui stesso il mini-rimpasto prima della sentenza, per evitare un giudizio di condanna.

Ma più facile a dirsi che a farsi. Il governo della capitale sarà pure un monocolore pidiellino, ma dentro il Pdl le componenti sono numerose. Ognuna vuole i suoi posti di assessore. Ed ecco materializzarsi la serie di veti incrociati che già avevano reso impervio il precedente rimpasto. L’ex assessore alla Cultura Umberto Croppi, rivela ad esempio che a gennaio lo stesso Alemanno gli chiese di cercare una seconda donna per la sua giunta e il nome fu trovato, ma poi per fare largo alle correnti saltò la donna e saltò pure Croppi (reo di essere intanto diventato finiano).

Il problema adesso è capire quale degli uomini se ne andrà. Si ipotizza che lasci uno dei due assessori con doppio incarico, il senatore Mauro Cutrufo o l’eurodeputato Alfredo Antoniozzi. Ma Cutrufo è blindato dai democristiani del Pdl, Antoniozzi difeso dagli ex forzisti. E poi chi far subentrare? Al momento appare in pole position il nome della deputata azzurra Beatrice Lorenzin, ma trovare una soluzione non sarà tanto facile. Tant’è che l’unico accordo raggiunto nel Pdl è quello di aspettare la sentenza del Tar prima di decidere. Qualcuno vorrebbe che poi si tentasse anche il ricorso al Consiglio di Stato, ma certo, non ci si farebbe una bella figura.

E allora Alemanno, che ammette l’esistenza di un problema ‘quote rosa’, assicura: “Adesso è serio attendere la sentenza. Se sarà negativa, ne prenderemo atto e modificheremo la giunta”.

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