Referendum: e ora? Il futuro dell'acqua preoccupa i sindaci

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Da Nord a Sud i primi cittadini si interrogano sulle conseguenze del voto, ora che i privati rischiano di uscire dagli investimenti. Ma i promotori rassicurano: "Dal 2007 esiste una nostra proposta di legge che spiega come trovare i fondi"

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Il giorno dopo la netta vittoria del sì ai quattro quesiti referendari, sindaci e amministratori locali riflettono sulle conseguenze del voto, in particolare del responso uscito dai due quesiti riguardanti l'acqua. Già in fase di raccolta firme, i referendum sull'acqua erano stati quelli che avevano accesso maggiormente l'interesse degli elettori, permettendo al comitato promotore di raccogliere ben un milione e 400mila firme a sostegno. Un record nella storia repubblicana.  Ma ora abrogata la riforma Ronchi-Fitto, si riparte da zero, con numerose incognite sul futuro.

Ricorrere al debito -
La prima riguarda gli investimenti; secondo alcune stime la rete italiana necessita di oltre 64 miliardi di euro di investimenti in 30 anni, pari a 2 miliardi l'anno. Questi soldi, dal momento che i privati sono stati esclusi, chi li investirà? Secondo una stima del Censis lo Stato sarebbe in grado di coprire solo il 14% di questa cifra. Una delle soluzioni percorribili sembra essere il ricorso al debito. "C'è il rischio che gli investimenti sul fronte fognario e idrico gravino solo sulle spalle dei sindaci", lancia l'allarme il primo cittadino di Livorno e coordinatore delle Anci regionali, Alessandro Cosimi, che pure si dice soddisfatto dell'esito della consultazione referendaria sull'acqua.

Serve subito una nuova legge -
Anche il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, responsabile Anci per la finanza locale, sollecita il governo "a legiferare in tempi brevi per garantire gli investimenti necessari ai comuni per la realizzazione dei servizi idrici e fognari". "Il governo deve colmare la vacatio normativa venutasi a creare, sia sul fronte della presenza dei privati nelle ex municipalizzate sia sul fronte degli investimenti e della remunerazione", chiede il sindaco di Perugia Wladimiro Boccali, che sprona l'esecutivo ad individuare "nuovi strumenti per realizzare gli investimenti nel settore".

La proposta dei comitati - Una possibile soluzione viene però indicata dagli stessi comitati promotori del referendum. "La base di partenza è la nostra legge di iniziativa popolare - spiega Paolo Carsetti, del Comitato  Referendario 2 Sì per l'Acqua Bene Comune - sottoscritta da 400mila cittadini nel 2007 (leggi qui il testo della proposta di legge, ndr). Una proposta che giace in Parlamento da troppo tempo e tende alla ripubblicizzazione del servizio idrico". Tra i vari punti, la legge avrebbe già pronta una soluzione per quanto riguarda il finanziamento, prevedendo un apposito fondo nazionale istituito anche grazie alla diminuzione delle spese militari del 5% e di un'aliquota Iva al 10% sul commercio dell'acqua minerale.

Il disegno di legge del Pd - Ma anche il Pd si è mosso e, nei giorni immediatamente successivi al referendum, ha presentato un proprio progetto di legge (già formulato nell'ottobre del 2010) che prevede tra l'altro la costituzione di una authority nazionale delle acque, la creazione di assemblee territoriali dei sindaci per definire obiettivi e investimenti e l'introduzione di una tariffa sociale sull'acqua per le famiglie meno abbienti. L'unica incognita resta ora trovare una maggioranza parlamentare che possa sostenere questi progetti.

Non solo acqua: cambiano autobus, rifiuti e illuminazione -
Ma tra le altre questioni aperte, c'è anche il fatto che l'abrogazione della riforma Ronchi-Fitto comporta la fine dell'obbligo delle gare per la gestione dei servizi pubblici locali: non solo l'acqua, ma anche rifiuti, autobus, tram, illuminazione delle strade, che d'ora in poi potranno essere assegnati per "affidamenti diretti". Serve quindi, osservano in molti, un intervento del legislatore per risolvere anche questo nodo. "Adesso mi aspetto leggi fatte bene, sull'acqua ce ne sono depositate dal 1992 e mai discusse", si augura infatti il primo cittadino di Genova, Marta Vincenzi.

Il rischio dei ricorsi -
Un'altra problematica riguarda il fatto che delle circa 110 società di gestione del servizio idrico, una quarantina hanno già al loro interno un soggetto privato, che ha tirato fuori dei soldi credendo di avere una concessione lunga. E' quindi probabile che alcune di queste società facciano ricorso per il fatto che il loro investimento si è trasformato in un flop. E infatti il sindaco di Bari, Michele Emiliano, sollecita "un intervento perché noi sindaci abbiamo molte gare in corso e si rischia di subire richieste per danni relativamente alle spese sostenute per partecipare alle gare".

Alemanno: "Bisogna riflettere su tutte le privatizzazioni" -
Per quanto riguarda invece il futuro di Acea, all'indomani dei risultati del referendum, per il sindaco di Roma Gianni Alemanno "bisogna fare un'attenta riflessione: non possiamo ignorare i risultati del referendum. I quesiti referendari portavano su una falsa pista gli elettori - osserva Alemanno - ma comunque non si possono ignorare i risultati e bisognerà riflettere su tutte le privatizzazioni".

Vendola-Emiliano: scontro sull'acquedotto pugliese -
Intanto il governatore della Puglia, Nichi Vendola annuncia: "rendere l'Acquedotto pugliese di proprietà del popolo pugliese credo sia il modo migliore di rispondere alla meravigliosa domanda di cambiamento che si è espressa nei referendum". E mentre il sindaco di Bari, Michele Emiliano, insiste nella sua richiesta che i manager di Acquedotto Pugliese se e vadano a casa ("è gente senza onore", ha commentato dalla sua pagina su Facebook) Vendola ricorda che il manager dell'Acquedotto "è stato premiato come il migliore dell'anno".

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