Bossi: Se non passa la mozione sulla guerra cade il governo

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Il ministro delle Riforme manda un esplicito messaggio al premier sulla tenuta dell'esecutivo. Intanto dopo le minacce di Gheddafi al nostro Paese Maroni avverte: "Dal colonnello parole da non sottovalutare"

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E' ancora la questione libica a tenere banco nella maggioranza. Umberto Bossi mette in guardia Silvio Berlusconi: "Se non vota la nostra mozione vuol dire che vuol far saltare il governo", è il messaggio recapitato dal ministro delle Riforme al presidente del Consiglio che domenica 1 maggio, durante la cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II, ha più volte parlato con il capo dello Stato Giorgio Napolitano (GUARDA IL VIDEO). Impossibile dire se con certezza quale argomento abbiamo trattato, ma dall'espressione seria con cui il capo del governo ascoltava il presidente della Repubblica è facile intuire che il tema fosse di quelli delicati.

Ad ogni modo, sugli equilibri interni alla maggioranza pesano le minacce di Muammar Gheddafi, così come l'uccisione di uno dei figli del Colonnello (GUARDA LE FOTO) e il successivo assalto all'ambasciata italiana. Roberto Maroni, ad esempio, avverte che le minacce del Raìs non sono affatto campate in aria: "Le parole di Gheddafi confermano che la situazione è da tenere sotto controllo" perché "questa minaccia non va sottovalutata" o derubricata a "battuta propagandistica", sottolinea il ministro dell'Interno.

La morte del figlio Saif Al-Arab, aggiunge Maroni, "farà arrabbiare Gheddafi ancora di più", con conseguenze anche sugli sbarchi di migranti: "In un giorno sono arrivati 3 mila profughi dalla Libia" e "se continua così la mia previsione di 50mila arrivi purtroppo si realizzerà". Parole condivise da Bossi: "Non serve a niente bombardare ammazzi solo la gente. Poveracci, poi scappano".

La Lega, inoltre, insiste nel suo pressing per ottenere il voto di maggioranza e opposizioni sulla sua mozione: è un testo "completo, corretto e condivisibile da tutti, che rappresenta una via d'uscita a chi si è messo nella strada complicata dei bombardamenti", afferma Maroni che, non senza sarcasmo, aggiunge: "A noi della Lega ci tocca fare anche la parte della sinistra".

E proprio sul testo della mozione che prosegue il lavoro di mediazione fra il Pdl e la Carroccio. Lunedì 2 maggio, a palazzo Chigi, Gianni Letta ha convocato un summit al quale parteciperanno i vertici del Pdl (Franco Frattini, capigruppo e vice del partito di via dell'Umiltà), ma non Berlusconi che resterà a Milano. "Cercheremo una quadra sulle mozioni, anche alla luce dell'evoluzione della situazione internazionale", conferma Maurizio Gasparri.

Chi segue la trattativa con il Carroccio, sottolinea che il problema non è tanto il 'paletto' dei costi dei raid, ma piuttosto della richiesta di una 'deadline'. "Di certo non possiamo mettere una scadenza su una missione come si fa con il latte", ironizza un fedelissimo del premier. Una delle ipotesi a cui sta lavorando il Pdl, semmai, è quella di prevedere una verifica parlamentare 'periodica'. "Potremmo scrivere che Parlamento o Commissione si riunisca con cadenza mensile o trimestrale per valutare lo stato d'avanzamento della missione e confermare la linea del governo".

Presto per dire se questo 'escamotage' soddisferà la Lega o se, come teme il berlusconiano Osvaldo Napoli, alla fine ciascun gruppo parlamentare non sia costretto a votare "la propria mozione cercando tutt'al più l'astensione di altri gruppi". Ad ogni modo, nell'entourage del Cavaliere, sono tutti convinti che alla fine una soluzione si troverà, anche se l'ottimismo professato da Berlusconi ieri ("siamo ad un passo da una quadra") non trova ancora conferme nel Carroccio. Anche perché, raccontano, Bossi non ha ancora sbollito la rabbia.

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