Il successore di Berlusconi? Uno, nessuno, centomila

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L'ultimo delfino designato dall'attuale premier è Alfano. Ma dal ’96 ad oggi i nomi degli aspiranti eredi sono stati tantissimi: da Fini a Tremonti, da Formigoni a Casini. Breve cronistoria della corsa al posto di comando del centrodestra

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di Filippo Maria Battaglia

Angelino Alfano, certo. Ma anche Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Giulio Tremonti, Letizia Moratti, Gianni Letta e Roberto Formigoni.
E l’elenco potrebbe continuare. Berlusconi è in politica da diciassette anni, da quindici si discute della sua successione. Anche perché è lo stesso il premier, a fasi alterne, a lanciare l’amo del “ricambio generazionale”, salvo poi fare subito dopo marcia indietro.
L’ultimo ‘nominato’, in ordine di tempo, è l’attuale ministro della Giustizia: "Nel 2013, se ci sarà bisogno di me come padre nobile, sono disponibile. Potrei essere capolista, però non voglio un ruolo operativo”, ha detto il Cavaliere ai giornalisti stranieri.
Panico nel Pdl, e il sottosegretario Paolo Bonaiuti costretto a precisare: sono solo ragionamenti enfatizzati. Eppure, memoria ed esperienza dovrebbero tranquillizzare il centrodestra. Basta dare una rapida scorsa agli archivi di quotidiani e agenzie varie, per ricordarsi che di un “dopo-Silvio”, proprio lui, il diretto interessato, inizia a parlare già nel 1996.
Con frasi sempre ipotetiche e mai assertive. "Ho sessant'anni, cominciate a riflettere sulla mia successione, troviamo un meccanismo e facciamo un congresso entro l’anno", dice dopo la prima sconfitta contro Romano Prodi.
E spuntano i primi nomi: Antonio Martino, Giulio Tremonti e Letizia Moratti (per la guida del partito, allora Forza Italia); Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini (per la leadership della coalizione).

Berlusconi allora molla? Macché. La successione si ipotizza, ma non si realizza. E nei cinque anni di governo di centrosinistra, il Cavaliere supera la “traversata del deserto”, torna alleato con Bossi, tiene a bada i sempre più scalpitanti Fini e Casini, fino alla seconda vittoria del 2001.
Sembra l’avvio di una lunga monarchia, nel 2005 ritornano però gli scricchiolii e si torna di nuovo a parlare di cambio della guardia. Lui, il Cavaliere, rispolvera il tono conciliante del ’96: “Nessuno è insostituibile”, dice di volare sullo spartito da statista: “L’importante non è la mia persona, non sono io, ma il destino di questo Paese”. Puntuale, riparte così la solita girandola di nomi: il governatore lombardo Roberto Formigoni, il sindaco di Milano Moratti, il sottosegretario Gianni Letta.

Parole, candidature, insinuazioni. Fino a un’altra frase: "Con il partito unico potrei lasciare". Il Cavaliere sembra rincarare la dose, in realtà è una netta presa di distanza. Il partito unico, infatti, ancora non c’è. E soprattutto “non c’è candidato migliore di me”. Dunque, Berlusconi non lascia. Neppure quando Casini e Follini (entrambi ancora insieme nell’Udc) parlano della necessità di un atto di “discontinuità con il passato” (leggi: basta con Berlusconi premier).
Non sono i soli: in An, il futuro sindaco di Roma Alemanno chiede le primarie del centrodestra. E Fini va giù duro: "Silvio non è il monarca". Spazio dunque allo schema a tre punte: chi prende più voti, governa la coalizione: "Spero di essere presidente del Consiglio, e cioè di aver preso un voto in più di Berlusconi", aggiunge il presidente di An. Ma i suoi progetti sono destinati a restare solo dei desiderata.  Il centrodestra perde le elezioni, lui e Casini prendono molte meno preferenze dell'alleato, che rilancia e tira fuori dal cilindro un altro nome: Michela Vittoria Brambilla, ex presidente dei giovani di Confcommercio e fondatrice dei Circoli della libertà.

Per il premier si profila allora un altro scenario, il Quirinale. Subito smentito: “Non se ne parla proprio, per quel ruolo vedo molto bene Gianni Letta”. Dal democristiano Rotondi, arriva invece un'altra proposta: “Berlusconi e Prodi  senatori a vita”.
Un atto di omaggio o una trappola in puro stile doroteo? Gli osservatori si dividono. Intanto, se il secondo annuncia il ritiro, il primo non ci pensa proprio e  al contrario annuncia battaglia.
Con Casini, inizia la burrasca ("ingrato"), con Fini pare tornare il sereno. Così alla domanda di chi dovrà essere il successore alla guida del centrodestra, il Cavaliere si fa conciliante: "C’è Fini che giustamente si propone in maniera autorevole ed ha ragione ad avere aspirazioni".
E' l'anticamera di un’altra rottura  e di un'altra ricomposizione, accelerata dalle elezioni del 2008 e dalla nascita del Pdl. Le quotazioni dell’ex presidente di An spiccano il volo, prima di schiantarsi con gli screzi degli ultimi due anni (guarda la puntata di Beautiful Lab).

Archiviata la pratica Fini, spuntano finalmente "i nomi nuovi". Il primo è quella della figlia di Berlusconi, Marina, ipotesi rilanciata dal quotidiano di famiglia del premier, ma subito smentita dalla diretta interessata.
Il secondo, invece, lo fa lo stesso Berlusconi: "Alfano è bravissimo. Ho visto come ha gestito situazioni più che complicate. E' in grado di assumere decisioni difficili ma sa farlo coinvolgendo tutte le parti. Bra-vis-si-mo", dice a Maria Latella nel libro Come si conquista il potere.
Ma gli elogi cadono a pioggia anche su Tremonti, Frattini e Prestigiacomo. L'ennesima girandola, le ennesime ipotesi. Finora, però, ci sono solo quelle.

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