"Con l'Election day la Carta acquisti sarebbe triplicata"

Un seggio elettorale a Genova in una foto d'archivio
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Così l’economista Tito Boeri rende l’idea dei circa 400 milioni di euro che si sarebbero potuti risparmiare se fosse passata la richiesta dei referendari di istituire una data unica per le amministrative e per il voto contro il nucleare

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di Isabella Fantigrossi

Alla fine l'Election day non ci sarà. Per la seconda volta il Tar del Lazio ha bocciato la richiesta dei promotori del referendum di istituire una data unica per il voto. Si voterà dunque il 15 e il 16 maggio per le amministrative e il 12 e 13 giugno per abolire legge sulla privatizzazione acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento. Ma quanto costerà alle tasche degli italiani rinunciare all’Election day? E soprattutto che cosa si sarebbe potuto fare con la cifra risparmiata?

Secondo Pd e Idv la scelta di non accorpare le due tornate elettorali costerà ai contribuenti circa 300 milioni di euro. Mentre gli economisti de Lavoce.info due anni fa avevano calcolato in 400 i milioni persi non istituendo l'Election day. Certo, il calcolo era stato fatto nel 2009, in occasione del mancato abbinamento delle elezioni europee e dell'ultimo referendum. Senza dubbio però quella cifra rende l'idea dell'ordine di grandezza in cui ci si sta muovendo. Anche perchè della stessa quantità di denaro hanno parlato le sessanta associazioni riunite nel comitato "Vota sì per fermare il nucleare", fra cui Acli, Articolo 21, Banca Etica, Greenpeace e Slow Food.
Si tratta solo di stime puramente indicative, ma si può ipotizzare uno spreco che oscilla tra i 300 e i 400 milioni di euro.

Un tesoretto non da poco dunque. Che sarebbe potuto servire, per esempio, per aumentare i fondi pubblici per i servizi sociali. "Trecento milioni di euro è una cifra importante che sommata ai 150 milioni destinati dal decreto milleproroghe alla Carta acquisti avrebbe permesso di triplicare quest'ultima", dice a proposito del sussidio stanziato dal Governo per le famiglie più bisognose l'economista Tito Boeri. Che aggiunge: "Quel dato è solamente indicativo. Ma rimane il fatto che togliere una somma così ingente dalle casse dello Stato in un momento di così grave crisi economica è stato da parte del Governo un calcolo di bottega abbastanza grave".

Anche perchè quei milioni di euro che saranno spesi per finanziare due distinte campagne elettorali a distanza di un mese l'una dall'altra sarebbero bastati per risistemare quasi interamente Pompei, disastrata dopo i crolli di novembre 2010. Secondo l'archeologo Antonio De Simone, intervistato a novembre scorso da Il Fatto Quotidiano, per un intervento conservativo davvero efficiente "servirebbe una cifra non inferiore ai 500 milioni di euro, spalmati su 20-25 anni di operazioni mirate". Poco più della somma indicata dai referendari.
Cifra che per altro corrisponde anche ai 434 milioni di euro destinati nel 2011 dal Governo al Fus, il fondo unico per lo spettacolo. Dei quali, però, ben 149 sono stati ricavati dalle nuove accise sulla benzina. Aumento evitabile ancora una volta ricorrendo all'Election day.

La decisione del Tar - I comitati referendari avevano richiesto l’accorpamento con le elezioni amministrative anche per avere maggiori possibilità di raggiungere il quorum. Ma il Tar del Lazio ha dato loto torto per ben due volte – una il primo aprile dopo il ricorso del Codacons e del Comitato promotore dei referendum ambientali e la seconda l’8 aprile su richiesta dell’Idv e del Comitato per il sì al referendum per l’acqua pubblica. Le motivazioni del rifiuto del ricorso sono che la competenza della scelta della data è del Consiglio dei ministri («unico limite indeclinabile - scrivono nelle ordinanze - è che le relative operazioni di voto si svolgano tra il 15 aprile e il 15 giugno») e che non si possono intraprendere azioni popolari sul tema della finanza pubblica, aggravata in caso di non accorpamento del voto.


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