"Sì, no, forse". Montezemolo e la politica: la soap infinita

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La scelta definitiva è ormai vicina, dice l’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari. Ma il presidente della Ferrari ancora non ufficializza la sua candidatura. E, considerati i precedenti, non è affatto esclusa una retromarcia...

di Filippo Maria Battaglia

Rintracciare l’origine del desiderio è diventata quasi una disputa storiografica: per qualcuno risale al 26 maggio 2005, quando propose un patto tra cittadini per ricostruire l’Italia; per qualcun altro al 18 novembre 2006 quando parlò di un “sogno”: “Siano i cittadini ad essere proprietari della politica”.
Partiamo allora dalla fine della storia, o almeno dalla sua ultima puntata.
Luca Cordero di Montezemolo è a Napoli, di fronte alla platea della Siap, il sindacato di polizia: “Se la situazione continua a peggiorare - dice - se questo è lo spettacolo che offre la nostra classe politica, beh, allora, cresce veramente la tentazione di prenderli in parola". La tentazione, manco a dirlo, è quella di entrare in politica.
È il primo aprile scorso, ma non è un scherzo. Tanto che 48 ore dopo l’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, assai vicino al presidente Ferrari, conferma e rilancia: la “scelta definitiva” è ormai prossima, sta solo aspettando di capire i tempi precisi del ritorno alle urne.
"Se non vedo, non ci credo" rispondono però i politici di professione. “Non è la prima volta che lo dice”, aggiunge l’esponente Pdl e ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.

Difficile dargli torto. Il flirt con la politica da parte del numero uno di Ferrari dura da almeno sei anni. I più ottimisti fanno risalire la tentazione a metà 2005. E’ l’assemblea annuale di Confidustria. Montezemolo, che ne è il presidente, propone un patto tra cittadini per ricostruire l’Italia e attacca la politica e la sua "miopia".
Iniziano i rumor, prontamente rispediti al mittente dal suo entourage. Ma gli indizi abbondano. Passa poco più di un anno, e il presidente Ferrari (che ricopre lo stesso ruolo in Fiat) scivola solo apparentemente nello spartito onirico: “Sogno un Paese, non come quello attuale dove la politica è proprietaria dei cittadini, ma dove siano i cittadini ad essere proprietari della politica”.
I rumor diventano così prospettive, temute o auspicate a secondo dei casi. Tanto che nel 2007 (con il centrosinistra al governo) l’allora presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti, senza troppi giri di parole attacca: Montezemolo “fa politica tutti i giorni” e punta all' “egemonia dell'impresa sulla società e sulle istituzioni”. Il centrodestra guarda con diffidenza, il centrosinistra sta a guardare, l’Udc gongola; intanto, i quotidiani danno ormai per probabile un intervento immediato del “presidente”.
Lui non nega esplicitamente, ma vira sull'ironia: "È vero. Sto riflettendo. Sto pensando di entrare in politica e di fare un partito e aprire una sede per tre mesi a New York, per quattro mesi a Capri e per il resto a Copacabana".

Gli osservatori, però, insistono: termina il mandato in Confidustria, dicono, e si candida. Un mese dopo arriva la gelata. Il 9 febbraio 2008 scrive una lettera e la manda al Sole 24 ore: “Negli ultimi tempi il mio nome è stato spesso chiamato in causa a proposito di scenari politici o di schieramenti partitici. L' apertura della campagna elettorale rischia di amplificare ulteriormente un gioco di voci, ipotesi e smentite che non mi piace e che vorrei evitare non solo a me stesso ma, soprattutto, al sistema di Confindustria”. Montezemolo resta ai box, titolano i quotidiani.
È davvero così? Non proprio. Passa qualche mese, Berlusconi torna a Palazzo Chigi e pensa a “Luca” quale ambasciatore del made in Italy. Proposta accettata: “Ho sempre detto che chi ha ricevuto molto, e io sono tra questi è giusto che con senso civico si impegni a dare un contributo al proprio Paese nell'interesse generale”.

Montezemolo fuori dai giochi dunque, con una carica rappresentativa e più che altro onoraria? Macché. La soap continua.  Il numero uno di Ferrari vara infatti una fondazione, dal nome evocatorio (Italia Futura), la definisce un pensatoio e chiama intorno a sé una serie di intellettuali: “Non è un partito ombra, non è un soggetto politico”, chiarisce. Ma chi si aspetta solo sottili questioni teoretiche si sbaglia. Contro Berlusconi (“ha deluso"), contro Bossi (“molte chiacchiere e pochi fatti"), contro Tremonti (“poca crescita”): il think tank attacca tutti; intanto – è l’ottobre 2010 - il capogruppo dei finiani Italo Bocchino rinfocola le tentazioni: “Montezemolo leader del centrodestra? Possibile”.

"Entra, entra, è questione di ore", dicono i bene informati. E si ripete così l'ennesimo spartito: pioggia di critiche dal Pdl (“si decida una volta per tutte”), attendismo dall’Udc e una certa insofferenza del centrosinistra.
Intanto lui fa in tempo a litigare con il leghista Calderoli (che dopo il Mondiale Ferrari perso all’ultima gara gli chiede le dimissioni): “Non si risponde a un politico di statura internazionale”, replica  ancora caustico.
Sembra fatta, ma per l’ex pupillo di Agnelli si profila ancora un altro ruolo, ancora di rappresentanza: guidare la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020.
Montezemolo – che venti anni prima ha coordinato i Mondiali di calcio italiani – sembra accettare, poi però si tira indietro: proposta rifiutata.
E torna di nuovo la tentazione della politica. Con un'ultima coda polemica, stavolta con gli attuali vertici di Confindustria: stanno diventando complici di Berlusconi e del suo ministro dell'Economia Tremonti.
"Montezemolo ormai fa politica", la replica. Ma siamo davvero sicuri che sia così?

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