Libia, Bossi come gli Arcobaleno. La Lega guida i 'no war'

Roberto Maroni, Umberto Bossi e Roberto Calderoli
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Mentre Berlusconi dà l'ok all'intervento italiano in Libia, il Senatur dice no a un'azione diretta: "Era meglio essere più cauti". Perplessi anche i "responsabili" e Mantovano (Pdl). A sinistra Ferrero e Strada tra i pochi a schierarsi contro la guerra

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di Serenella Mattera

Bossi sta a Berlusconi come Cossutta stava a D’Alema? La Lega arriverà a minacciare le dimissioni dal governo per l’intervento in Libia come fece il Pdci durante la guerra in Kosovo? Le camicie verdi scenderanno in piazza per la pace, mentre i loro ministri siedono in un “gabinetto di guerra”? Solo il passare delle ore potrà dire. Di certo, però, le premesse ci sono tutte. Perché mentre Silvio Berlusconi iscrive l’Italia alla coalizione dei “volenterosi” che lancia bombe contro Gheddafi, le parole più dure sulla posizione assunta dal governo arrivano dal suo alleato Umberto Bossi: “Era meglio essere più cauti”, perché “il mondo è pieno di abilissimi democratici che sanno fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto”.

La posizione della Lega appare chiara fin da venerdì, quando un Consiglio dei ministri straordinario ratifica per l’Italia una posizione favorevole all’intervento contro Tripoli. Già in quella sede i ministri del Carroccio dicono chiaro e tondo che loro un’azione diretta non la vogliono. Meglio esser prudenti come la Germania, sostengono. E vanno via convinti, rivela lo stesso Bossi, che la posizione concordata sia quella della “non partecipazione diretta ai raid”. “Ma poi – aggiunge piccato il Senatur – ci sono ministri che credono di essere di più del presidente del Consiglio e parlano a vanvera” e si spingono oltre.

Di qui l’assenza dei leghisti, venerdì sera, nelle commissioni parlamentari che danno l’ok alla linea dell’intervento. In quelle ore il Carroccio si chiude in un eloquente silenzio. Poi sabato scioglie la riserva e con Roberto Calderoli chiede “una riflessione sulle finalità che devono essere esclusivamente umanitarie”. Insomma, auspica una frenata.

Bossi intanto prova a parlare con Berlusconi, che è Parigi per il summit internazionale sulla Libia. Ma i due non riescono a mettersi in contatto e il premier a chi gli chiede dell’alleato risponde così: “La posizione della Lega risiede nella prudenza anche personale dell’onorevole Bossi. Tuttavia le nostre basi sono determinanti”.

Poche ore dopo, lo sfogo di Bossi davanti a una platea leghista a Erba (Como): “Il maggior coraggio è a volte la cautela”. Anche perché l’Italia da una posizione dura non ha niente da guadagnare. Anzi, mentre gli “abilissimi democratici” fanno i “loro interessi” (leggi la Francia: “da Napoleone in poi li conosciamo bene…”), noi rischiamo di “prenderla in quel posto”. Il risultato dei bombardamenti sarà, secondo il leader del Carroccio, che “ci porteranno via petrolio e gas, e verranno in Italia milioni di immigrati”.

Insomma, c’è da credere all’eurodeputato Matteo Salvini quando promette che la Lega “continuerà a dir di no all’intervento militare in Libia nelle istituzioni e anche nelle piazze”. Una posizione anti-interventista, a dire il vero non nuova per il Carroccio. E’ ancora fresco il ricordo delle tensioni interne al governo Berlusconi per la richiesta leghista di ritirare i soldati dall’Afghanistan, nel 2009. E se si va indietro al 1999, si ritroverà notizia di un Bossi dialogante con Milosevic e contrario all’intervento Nato in Kosovo. Il Senatur in quell’occasione fece anche un blitz a Belgrado per incontrare il leader serbo e giunse ad azzardare un parallelo tra Milosevic e Berlusconi: “Due vittime della persecuzione politica e giudiziaria”.

Ad ogni modo, la Lega non è la sola nella maggioranza a schierarsi “contro”. I deputati di Iniziativa responsabile tirano il freno alla linea di Berlusconi: “Serve una iniziativa forte dell’Italia per la pacificazione”, dice il capogruppo Luciano Sardelli. Ma anche un esponente del Pdl come il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, mette a verbale, in un’intervista al Corriere della Sera, le sue riserve (“Su questo intervento nutro molte perplessità”) e auspica una “ripresa della trattativa”.

E così, mentre Pd e Terzo Polo si dicono favorevoli, con accenti diversi, all’intervento internazionale contro Gheddafi e l’Idv sostiene la risoluzione Onu (pur dicendosi “nettamente contraria” a un ruolo “militare attivo” dell’Italia), dentro il Parlamento il fronte pacifista più forte risulta essere proprio quello interno alla maggioranza di governo.

Fuori, intanto, affilano le armi della protesta le anime “arcobaleno”. E tornano i protagonisti del no alla guerra senza se e senza ma. Con Paolo Ferrero (Prc) che definisce un “gravissimo errore” l’azione militare e convoca presidi in piazza, con “un appello a tutte le forze pacifiste” per una mobilitazione unitaria davanti alle Camere in occasione del voto di ratifica della partecipazione italiana.

Per il momento il gruppo “Uniti e diversi”, in cui figurano tra gli altri Giulietto Chiesa e padre Alex Zanotelli, ha già raccolto più di duemila firme on-line contro l’ennesima “guerra sanguinosa”. E mentre su MicroMega si dibatte (con Paolo Flores d’Arcais
favorevole all'intervento), Nichi Vendola assume una prudente posizione filo Onu (”Dobbiamo impedire – aggiunge – che Gheddafi completi la sua macelleria civile ma dobbiamo anche vigilare con cautela che l’opzione militare non si trasformi in qualcosa di imprevedibile. Serve davvero infinita saggezza da parte di tutti" ha detto nei giorni scorsi). Grida invece la sua posizione netta “contro la guerra” il padre di Emergency, Gino Strada. Non regge, secondo Strada, nemmeno la spiegazione dell’intervento in chiave di tutela dei civili attaccati da Gheddafi: “Probabilmente anche nell’intento del rais non si vogliono colpire i civili”. Come a dire: anche le bombe alleate sono destinate a fare danni collaterali.

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