Il futuro della legislatura? Solo una questione di numeri

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Il vantaggio risicato della maggioranza (316 deputati all'ultima votazione) rende la Camera una trincea per il governo. Difficoltà in commissioni cruciali come quella Bilancio. Intanto, la Lega mugugna. E il parlamento diventa un pallottoliere

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di Serenella Mattera


“Se ha i numeri va avanti, se non ci fossero allora cadrebbe”. Lineare il ragionamento del leader della Lega Umberto Bossi. Ai giornalisti che nei corridoi di Montecitorio lo fermano per chiedergli se la maggioranza che regge il governo è ancora solida, il Senatur fa presente che è tutta una questione di numeri. Se ci sono abbastanza parlamentari per portare avanti i provvedimenti del governo (federalismo in primis) si va avanti, nonostante il giudizio immediato che attende Silvio Berlusconi per il “caso Ruby”.

Facile, no? Non proprio, visto che da mesi ormai la Camera si è trasformata in una trincea per il governo. Come il Senato per Romano Prodi. Il pallottoliere di una maggioranza risicata, fa sudare freddo ad ogni singolo voto. E nonostante il corteggiamento di diversi parlamentari e le rassicurazioni profuse dal premier all’alleato leghista, per ora il borsino dei deputati in quota alla maggioranza segna un misero +2 rispetto al voto di fiducia del 14 dicembre. Se “compravendita” c’è, come l’Idv continua a sostenere, non sembra aver portato dunque al momento grandi frutti.

Ecco i numeri:

“Quota 325” – “Presto, in pochi giorni, arriveremo a una maggioranza di 325 deputati alla Camera”, ha ribadito ancora ieri Berlusconi. Ma già nella conferenza di fine anno, il 23 dicembre, annunciava come prossima la “quota 325”: “Tanti parlamentari che hanno motivi di delusione e contrasto con i propri partiti hanno manifestato una apertura nei nostri confronti”, dichiarava sibillino. Ma al momento la profezia non si è avverata. Rispetto ai 314 deputati del 14 dicembre, oggi la maggioranza ne ha soli due in più (uno dei quali formalmente resta nel gruppo Misto). All’obiettivo mancano ancora nove onorevoli.

"Quota 330" - 325 deputati? "E' un buon numero, ma si può fare di più", secondo il ministro Roberto Calderoli. "Con 325 otteniamo la maggioranza in molte commissioni - spiega - con 330 la otteniamo in tutte quelle permanenti". La Lega, insomma, non si accontenta.

Trecentosedici – Tanti sono ad oggi i deputati della maggioranza. In 314 avevano espresso la fiducia al governo il 14 dicembre. All’ultima conta del 3 febbraio, in occasione del voto sul ‘caso Ruby’, risultano 315, ma bisogna aggiungere Silvio Berlusconi, che non ha partecipato alla votazione che lo riguardava. Si arriva così a 316. I due in più sono l’ex finiano Silvano Moffa, intanto passato a Iniziativa responsabile, e Aurelio Misiti, che ha lasciato l’Mpa e votato a favore del premier, ma resta nel gruppo Misto, senza approdare ufficialmente alla maggioranza.

Trecentodieci - Tanti sono i deputati dell'opposizione. Erano 311 il 14 dicembre, quando fino all'ultimo il nascituro Terzo polo (Udc, Fli, Api, Mpa) e i partiti del centrosinistra (Pd, Idv) avevano sperato di sconfiggere il governo. Sono 310 ad oggi. Almeno sulla carta. Perché il giorno del voto sul 'caso Ruby' l'opposizione, a causa di assenze variamente motivate e dell'astensione di Luca Barbareschi, si ferma a 298. Non si tratta, certo, di un voto di fiducia. Ma la maggioranza esulta.

“Otto a zero” – “Sulle opposizioni riunite abbiamo vinto otto a zero”, proclama Berlusconi, facendo riferimento ai voti cruciali su cui la maggioranza da settembre ad oggi ha dimostrato di reggere la prova dell’Aula di Montecitorio, nonostante i numeri risicati. E questa volta, la conta sembra dargli ragione. Il premier elenca, oltre al voto sul ‘caso Ruby’, sette vittorie a Montecitorio: “su ben due voti di fiducia (il 29 settembre e il 14 dicembre), contro due sfiducie individuali ai ministri Calderoli e Bondi (22 dicembre e 26 gennaio), con l’approvazione della riforma dell’Università (23 dicembre), con il decreto per Napoli (sui rifiuti, ndr) convertito in legge e la relazione sullo Stato della Giustizia del ministro Alfano (il 29 gennaio)”.

Nove – Tanti sono i senatori di Futuro e libertà, dopo l’abbandono di Giuseppe Menardi. Il numero necessario per costituire un gruppo a palazzo Madama è dieci. Fli ce l’aveva. Fino a ieri. Adesso, a meno di nuovi arrivi, il partito di Gianfranco Fini rischia seriamente di vedersi sciolta la compagine al Senato e finire di volata nel gruppo Misto, in compagnia dei colleghi terzopolisti di Udc ed Api.  All’indomani della spaccatura di Fini con i senatori per le scelte congressuali, l’abbandono di Menardi suona come un requiem. Se il premier piange, dunque, il presidente della Camera non ride.

25 a 24 – E’ il vantaggio dell’opposizione (+1) sulla maggioranza nelle commissioni Bilancio e Affari costituzionali di Montecitorio. Ma il governo è in difficoltà in diverse commissioni, dove ha lo stesso numero (come nella cruciale commissione Giustizia, dove sono 24 a 24 ed è decisivo Calogero Mannino, pro-governo, ma formalmente nel Misto) o un numero inferiore di deputati rispetto ai partiti che lo contrastano.
Nella Bilancio, la situazione era di parità, ma poi una mossa dell'Udc, con lo spostamento a quella sede di Renzo Lusetti, ha spiazzato la maggioranza. E adesso la Lega non nasconde la sua preoccupazione che si possa rivelare un vero e proprio Vietnam una commissione dove si decidono le sorti della gran parte dei provvedimenti del governo, incluso il decreto Milleproroghe, in arrivo la prossima settimana.

Ventinove - E' il numero cui dovrebbero arrivare i deputati del gruppo Iniziativa responsabile (Ir), per dare davvero una mano al governo nelle commissioni permanenti della Camera (ragione principe per cui è nato). Arrivare a quella quota di parlamentari, vorrebbe infatti dire poterne distribuire due o anche tre in commissioni cruciali, per riportare in pareggio (nella Bilancio, ad esempio) o in vantaggio la maggioranza.

Ventuno – Sono ad oggi i componenti di Iniziativa responsabile. Diciannove provengono dal gruppo Misto (10 Noi Sud-Pid, 4 ex Fli, un ex Udc, un ex Api, un ex leghista, un ex Pd, un Adc), due dal Pdl. Senza il “prestito” del partito del premier il gruppo non sarebbe dunque mai nato, perché il numero minimo per costituirne uno alla Camera è di 20 deputati. E adessi la stessa tecnica potrebbe essere usata per raggiungere quota 29: nuovi “aiuti” potrebbero arrivare a breve dal Pdl, anche se i “responsabili” continuano a proclamare che si uniranno a loro anche deputati trasfughi dai partiti di opposizione.

15 a 15 – E’ l’inedito pareggio che il 3 febbraio blocca il parere sul decreto sul federalismo municipale nella commissione bicamerale. Il governo decide di procedere e approvare comunque il provvedimento in un Consiglio dei ministri lampo, ma Napolitano lo dichiara “irricevibile” e si torna alle Camere. Insomma, quel pari porta solo grane alla maggioranza, peraltro sul tema sul quale la Lega minaccia a più riprese di far cadere la legislatura. Ed è ancora una volta un problema di numeri tutt’altro che risolto: nella bicamerale (in cui la composizione è proporzionale al peso di ciascun gruppo), siedono ad oggi tanti parlamentari dell’opposizione quanti quelli della maggioranza. Ma nonostante le richieste di riequilibrio che Pdl e Lega motivano con la nascita del nuovo gruppo dei "responsabili", gli approfondimenti tecnici svolti sulla base dei regolamenti, finora avrebbero dimostrato che non esiste una via che porti a un esito diverso dalla situazione attuale. E' impasse.

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