Tutti le difendono, ma dove sono le donne in politica?

Rosy Bindi nell'Aula della Camera, prima della votazione sulla richiesta della Procura di Milano contro Silvio Berlusconi per il "caso Ruby"
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Mentre impazza il dibattito sul "caso Ruby", con manifestazioni e sciarpe bianche in Parlamento, i dati sulla parità di genere mostrano partiti ancora al maschile. Niente rosa ai vertici, poco in Parlamento. E l'Italia arranca nelle classifiche mondiali

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di Serenella Mattera

La politica si mobilita con le donne e per le donne. Indossa sciarpe bianche, in piazza e in Parlamento. Tuona contro il “bunga bunga” e il modello che “le notti di Arcore” portano alla ribalta. Gli uomini si uniscono alle colleghe nella protesta. “C’è un’Italia migliore per cui le donne non sono carne da macello, corpi da mercimonio, protagoniste solo in un establishment da escort”, proclama Nichi Vendola. “Se non si mette in moto di nuovo il protagonismo delle donne, la civiltà di un Paese rallenta”, dichiara Pier Luigi Bersani. E intanto dal fronte opposto, dalle fila del Pdl, si rivendica a gran voce “il lavoro del governo a favore della condizione femminile” e si ribatte: “Non è legittimando la condanna al rogo del presidente Berlusconi che si difendono le donne”.

Parole, dibattiti, dichiarazioni d’intenti e di principi. Un effetto collaterale del “caso Ruby”: si discute della questione femminile. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Di tanto in tanto le cosiddette pari opportunità risalgono, con più o meno clamore, le posizioni dell’agenda politica. Le donne tornano a essere centrali nel dibattito politico. Ma non sembrano riuscire a superare quei confini e diventare centrali anche nella vita politica. Perché negli stessi partiti che in questi giorni indossano le sciarpe bianche, le donne restano una minoranza, lontane dalle posizioni apicali. Appaiono ancora quote, tutt’al più, da iscrivere nelle liste elettorali.

Le cose rispetto al passato sono andate migliorando, è vero. Ma i dati, anche nel confronto internazionale, mostrano che tanto resta da fare. Nella classifica 2010 sul Global Gender Gap del World Economic Forum (misura il divario di genere globale prendendo in considerazione la politica, ma anche l'economia, il sistema educativo e la salute), su 134 Paesi l’Italia conquista un non esaltante 74esimo posto: ultimo dei Paesi dell’Europa occidentale (peggio di noi solo Albania, Ungheria, Malta, Cipro e Georgia), ma soprattutto senza grossi miglioramenti rispetto agli anni passati (nel 2006 eravamo 77esimi). E anche nel ranking della Inter-Parliamentary Union, che valuta le performance parlamentari, non siamo affatto ben piazzati: 54esimo posto, a pari merito con la Cina, per numero di elette tra Camera e Senato, 24esimo posto (su 27) per numero di eurodeputate (16 su 72, pari al 22,2%), davanti solo a Polonia, Repubblica Ceca e Malta.

A dispetto del fatto che alle elezioni politiche del 2008 si sia fatto un gran parlare della candidatura delle donne, in effetti, tra gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama non è che se ne vedano poi così tante. Le senatrici sono il 17,96%: 60, contro i 274 colleghi uomini. Un po’ meglio le deputate: 133 a 497, ovvero il 21,11%. Ma se si va a sbirciare la carrellata dei presidenti dei gruppi, ci si gode uno spettacolo tutto al maschile, con l’unico baluardo, al Senato, di Anna Finocchiaro (Pd). Un po’ meglio (ma solo un po’) vanno le cose se si guarda al ruolo più istituzionale (quindi meno politico) dei vicepresidente di Camera e Senato: Rosy Bindi (Pd), Emma Bonino (Radicali, gruppo Pd) e Rosi Mauro (Lega), siedono accanto a cinque uomini.

E nei partiti? Nessuna donna ai vertici. Nessun leader. Nessun portavoce. Nessun segretario nazionale della Lega. Nessun membro della segreteria nazionale Udc. Nessun coordinatore del Pdl. L’Idv annovera Silvana Mura (fedelissima di Antonio Di Pietro), come tesoriere. Il Pd Rosy Bindi, come presidente dell’Assemblea nazionale. Linda Lanzillotta è portavoce dell’Api. Non classificata Fli, visto che i suoi organi ancora non li ha eletti (ma per la guida del partito, accanto a Fini, si fanno i nomi di Adolfo Urso e Andrea Ronchi).

Il partito che più ha mantenuto le promesse del 2008 di dare maggiore spazio alle donne, è il Partito democratico. Alla Camera spicca con il suo 29,13% di deputate (60, contro 146 uomini) su tutti gli altri partiti, seguito da Pdl (20,17%, 47 contro 186), Lega (18,64%, 11 contro 48), Fli (15,62%, 5 contro 27), Udc (11,43%, 4 contro 31) e Idv (solo 9,09%, 2 contro 20).

Ma quando si tocca l'argomento delle elette a livello locale, la situazione non è incoraggiante. Solo per fare due esempi, alle primarie indette dal Pd a Milano, Napoli, Bologna e Cagliari, c’erano solo due donne (una di Sel, l’altra dei Verdi, uscite entrambe sconfitte) su 17 candidati. Mentre il 9 febbraio il Tar terrà un’udienza sul ricorso dei Verdi per mancato rispetto del principio di pari opportunità, contro la nuova giunta di Roma guidata da Gianni Alemanno (prima del rimpasto gli assessori donna erano due, adesso uno solo).

In un articolo dell'aprile 2010, Lavoce.info notava che alle ultime regionali, sono state elette consigliere solo 82 donne su 699 seggi: appena l’11,7%. Va detto, a onor del vero, che le donne sono state protagoniste di sfide all'ultimo voto in due Regioni importanti (Mercedes Bresso in Piemonte, contro Roberto Cota, ed Emma Bonino e Renata Polverini nel Lazio). Ma le candidate alla presidenza erano in tutto 10 su 53 (non oltre la soglia del 20%). E delle 13 Regioni in lizza, se ne sono aggiudicate solo due: quelle, si noti bene, in cui non poteva essere altrimenti, perché non c'erano uomini candidati, il Lazio (Renata Polverini, Pdl) e l'Umbria (Catiuscia Marini, Pd).

In un contesto come quello italiano le quote rosa possono dunque aiutare, sottolineano gli studiosi de Lavoce.info. Lo conferma il fatto che i Comuni in cui, dal ’93 al ’95, è stata applicata una legge che imponeva le quote di genere, hanno poi mantenuto dal ’96 al 2007 una percentuale mediamente più alta di donne (16,2%) rispetto agli altri Comuni (13,6%).

Ma le quote da sole non bastano: vanno combinate a fattori culturali e sociali, spiegano gli studiosi. Ben venga, allora, un dibattito sulla dignità delle donne che riporti il tema al centro dell'agenda politica. Ma forse, ancora una volta, non basterà.

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