Federalismo, il Governo ignora il Parlamento e vara il dl

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Dopo il no di fatto della Bicamerale al decreto, viene convocato un Consiglio dei ministri straordinario che approva le misure invocate da Bossi e placa la Lega. “Inaudito” gridano le opposizioni. E tra esecutivo e Camera è scontro diretto

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Stop della commissione bicamerale al decreto sul fisco municipale ma il governo, sotto il pressing della Lega, non ci sta e procede comunque approvando il testo in Consiglio dei ministri. Una forzatura, va all'attacco l'opposizione che parla di un "colpo di mano inaudito", "volgare e violento" e di "ennesimo golpe". Un blitz che vale comunque, almeno per il momento, la tenuta del governo visto che Umberto Bossi, dopo che nel vertice notturno a Palazzo Grazioli aveva ribadito che o il decreto passava o la prospettiva erano le urne, sembra fare un passo indietro.
"Elezioni? Non penso", dice, infatti, interpellato dai cronisti a Montecitorio sul voto anticipato. E dopo l'ok del Cdm al decreto, annunciato da lui stesso con una nota, esulta: "la Lega mantiene le promesse".

Fatto sta che l'ampia maggioranza chiesta dal Carroccio come garanzia per proseguire una legislatura di riforme, in commissione bicamerale per il federalismo si è tradotta in un insufficiente 15 a 15. La Lega e il Pdl, intanto 'per il futuro', quando arriveranno altri decreti 'pesanti' come il fisco regionale, chiedono che venga modificata la composizione della commissione.
In ogni caso Bossi, che nella mattinata di giovedì ha avuto un colloquio con Fini, per ora sceglie di non strappare con il governo a fronte, appunto, di una accelerazione sul federalismo che gli consente di rassicurare la base leghista. Ed ecco che il decreto sul fisco municipale viene approvato comunque in serata in Cdm mentre quello sul fisco regionale è già calendarizzato per martedi' in commissione bicamerale.
Tutto questo al termine di una giornata che si è aperta con la suspence per il voto del senatore di Fli, Mario Baldassarri, corteggiato fino all'ultimo dai leghisti, ma che alla fine vota no. Un no, dirà più tardi Fini, che "non è unicamente arrivato in ragione delle appartenenze politiche, ma nel merito del provvedimento così come è stato scritto". E che ha dato vita, aggiunge il presidente della Camera, a una situazione di pareggio che e' "senza precedenti".
"Il decreto si può approvare lo stesso - dice subito dopo il voto il presidente della commissione bicamerale Enrico La Loggia - perché c'è il parere della commissione Bilancio del Senato".
E' questo, infatti, l"appiglio legislativo' al quale ricorre la maggioranza per andare comunque in Consiglio dei ministri e approvare il testo, con le modifiche contenute nel parere bocciato dalla bicamerale. La Bilancio del Senato (nella quale il centrodestra è in vantaggio numerico) in mattinata, prima ancora della pronuncia della Bicamerale (visto che il suo parere è dato al governo), ha dato il via libera a un testo 'in fieri', ovvero "in esito alle votazioni conclusesi nella seduta pomeridiana del 2 febbraio 2011".
Non hanno espresso parere, invece, la Bicamerale e la commissione Bilancio della Camera dove la maggioranza è sotto e raggiunge il 24 a 24 con il sì del presidente Giancarlo Giorgetti, che per prassi, non vota. Giorgetti, in apertura di seduta ha proposto, argutamente, alle opposizioni di non dare alcun parere visto che non c'era un testo su cui pronunciarsi, essendo stato il parere della bicamerale respinto ed evitando così la 'conta'. Le opposizioni hanno accettato di buon grado e all'unanimità e alla fine sul testo c'è stato, di fatto, solo il parere della Bilancio di Palazzo Madama.

Ora il decreto dovrà passare al vaglio del Quirinale prima di poter essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

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