Pd e sindacati: il conflitto non va mai in pensione

Il segretario Cgil Susanna Camusso insieme con Pier Luigi Bersani
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L'ultima vicenda riguarda il referendum indetto da Fiom sull'accordo per lo stabilimento di Mirafiori: "Si deve rispettare l'esito della consultazione" dice Bersani. Ma non è la prima volta che il partito e la Cgil arrivano ai ferri corti

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di Filippo Maria Battaglia


Pensioni, diritti, accordi, articoli e norme di legge. E, sullo sfondo, un dilemma: cavalcare la piazza, tenendo unite le fila di una (larga coalizione) oppure aprire alla “svolta riformista”, “cambiare le regole del gioco”, spaccando il fronte progressista?
Da un quindicennio il sindacato fa litigare la sinistra: la punzecchia, la stimola, costringendola a volte ad andare in piazza.
L’ultima occasione è il referendum sull’accordo siglato da Cisl e Uil con Fiat per lo stabilimento di Mirafiori. Accordo che non è andato giù alla Fiom (i metalmeccanici della Cgil), pronta a promuovere una consultazione: negoziare certi diritti – dicono – è fuori discussione.
Il problema è che il Pd discute tanto (forse troppo) su quelle norme, spesso senza trovare una posizione unitaria, diviso tra chi come il giuslavorista Pietro Ichino sostiene che la proposta Fiat è da accettare, e chi,  come Sergio Cofferati (ex sindaco di Bologna ed ex segretario della Cgil), dice che no, che proprio non si può accettare di sovvertire così nettamente le regole del gioco,

Ecco perché Landini, a capo della Fiom, ha chiesto che Bersani prenda una posizione univoca sulla questione. Posizione che - dopo l'incontro tra partito e sindacato - non pare essere poi così definita: nessuna indicazione di voto per il referendum, nessuna adesione allo sciopero dei metalmeccanici proclamato il 28 gennaio. Solo, la comune “preoccupazione sulle libertà sindacali e sulla rappresentanza”. E un unico chiaro orinetamento, indirizzato proprio alla Fiom: "Si deve rispettare l'esito del voto", ha detto Bersani.
Una scelta condivisa - giurano i dirigenti democratici - ma una scelta che comunque a qualcuno ha fatto tornare in mente gli spettri di più di una dozzina d’anni fa.

Corre l’anno 1997: il Pd, ancora, non esiste. Il partito più grande della sinistra si chiama Pds e il suo segretario fa il nome di Massimo D’Alema. È il 23 febbraio. Il futuro presidente del Consiglio durante un congresso affronta il tema "welfare state" e non usa troppi giri di parole: “Per lo Stato sociale – dice - ci vuole il coraggio di cambiare”.
La risposta del Cgil, il sindacato più vicino al partito della Quercia, non è tenera: “Il segretario del mio partito ha idee diverse dal sindacato – ribatte Sergio Cofferati - e sul lavoro nero non la penso come lui”.
L’exploit di D’Alema non è destinato a restare isolato. Per la replica, infatti, basta attendere appena due anni, con l’(ormai) ex segretario del Pds (ora Ds) insediatosi a Palazzo Chigi.
Il tema è sempre lo stesso, il lavoro. La novità è la riforma delle pensioni, varata un paio di anni prima e che porta il nome di Lamberto Dini.
La posizione di D’Alema non cambia: conviene anticipare di un paio di anni la verifica su quella legge, dice. Il sindacato risponde picche e minaccia scioperi e mobilitazioni; dal canto suo, l'allora premier - complice la sconfitta nelle elezioni regionali - dopo qualche tempo si dimette, ma prima replica con una profezia: “Se facciamo saltare la verifica, non è certo che dopo il 2001 a Palazzo Chigi ci sia un uomo del centrosinistra”.

Detto, fatto. Il centrosinistra torna all’opposizione, mentre Cofferati con la Cgil porta tre milioni in piazza per protestare contro la modifica dell'art. 18 voluta (e poi ritirata) dal governo Berlusconi. Qualche mese prima che quello stesso governo decida di aumentare di tre anni la pensione di anzianità. E' lo "scalone Maroni": i lavoratori andranno a riposo non più a 57, ma a 60 anni.
La data per far scattare il piano è il 2008.  Quel governo, però, non sa che proprio pochi mesi prima dell’entrata in vigore della legge ci sarà di nuovo un esecutivo di centrosinistra. E scatta ancora lo stesso dilemma: cosa fare?
A Palazzo Chigi, adesso c’è Romano Prodi, appeso a una maggioranza esilissima che – anche grazie ai voti dei senatori a vita – si barcamenerà ancora per qualche mese.
A fare la parte del cattivo, invece, ci pensa (di nuovo) la Fiom: ''La politica del ministro Tommaso Padoa Schioppa è a favore della Confindustria e contro i lavoratori - tuona Giorgio Cremaschi - O il governo sconfessa le sue scelte su pensioni, ammortizzatori sociali, contratto nazionale, che coincidono totalmente con quelle della Confindustria, oppure il sindacato deve sospendere la trattativa al tavolo concertativo, andare al confronto con i lavoratori e proclamare lo sciopero generale''.

Dopo battibecchi, scontri e duelli all’ultimo voto, arriva però il tempo dei brindisi: il passaggio tra vecchia e nuova riforma si attenua, lo scalone alla fine diventa lo scalino. E' un coro di evviva, rovinato solo da qualche stecca radicale.
“Abbiamo privilegiato il fare piuttosto che il dire”, “un esempio da seguire per il futuro” dicono i ministri di quel governo. Ma in molti, oggi, pare che se lo siano scordati.

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