Napolitano, il garante che tutti tirano per la giacca

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
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A parole tutti ricordano la Costituzione, che riserva al capo dello Stato il ruolo di garante della Carta. Salvo poi dimenticarsene puntulamente. Gli ultimi casi di un'istituzione che si salvaguarda solo quando conviene

di Filippo Maria Battaglia

Ognuno giura di non farlo; poi, però, puntualmente, ci cascano tutti.
La giacca di Napolitano è formalmente la più rispettata e stirata del nostro Paese. E' la stessa costituzione, in fin dei conti, a prescriverlo: “Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale”.
Guai a chi lo tocca, dunque: è – come dicono tutti – “il supremo garante della Carta” e il suo operato non si discute, a parte casi eccezionali (impeachment e attentato nei confronti della costituzione).
Nella prassi, però, e nonostante i proclami univoci e trasversali, quella giacca la tirano in parecchi e da più direzioni, specie in tempo di crisi politiche e fibrillazioni parlamentari.

Destra, sinistra, centro: non importa la direzione della bussola politica; cambiano i toni, a volte i modi, ma la sostanza resta. E riguarda pressoché tutti, anche quelli che negli ultimi mesi si sono spesi a tradurre il rispetto per il Quirinale come uno dei principi del proprio partito.
Come nel caso di Gianfranco Fini, ad esempio, che in tutti gli incontri pubblici di Fli non ha mai lesinato saluti e ringraziamenti a Napolitano: un’istituzione fuori dalla mischia, dunque da salvaguardare nonostante gli attacchi incrociati di alcuni parlamentari.
Eppure, persino Futuro e libertà è caduto spesso nella tentazione di scavalcare il Colle, dando per scontati e automatici certi passaggi che, costituzione alla mano, non lo sono affatto.

L’ultimo caso riguarda il capogruppo dei finiani alla Camera, Italo Bocchino che – nel corso di uno dei tanti botta e risposta con i colleghi del Pdl – ha detto senza troppi giri di parole: “Siamo disponibili a un reincarico anche 72 ore dopo”: una frase solo apparentemente innocua perché a decidere le sorti in caso di crisi è, come recita la Costituzione, il presidente della Repubblica.
L’uscita di Bocchino non è isolata.
Qualche giorno prima, Fini aveva escluso categoricamente ogni ricorso alle urne anche in caso di crisi: “al voto non si andrà comunque”, ve lo assicuro, "il capo dello Stato sa cosa fare".
La frase arrivava poche ore prima di un’altra, di diverso carico, firmata Pdl. A dirla, dopo l’ennesimo duello a distanza tra il presidente della Camera e Berlusconi, il coordinatore del partito Denis Verdini: "Noi sappiamo che il Capo dello Stato ha le sue prerogative ma ce ne freghiamo" limitandosi subito dopo a una rettifica: “ce ne 'freghiamo politicamente', nel senso che se la Costituzione riconosce al Presidente della Repubblica il diritto di seguire il percorso che ritiene più giusto, altrettanto la Carta suprema riconosce ai partiti, che nello specifico hanno il diritto di chiedere, anche a gran voce, di non escludere da un eventuale governo chi ha stravinto le elezioni”. A nulla valeva dunque, il messaggio, per niente sibillino, che il Quirinale mandava attraverso il suo ufficio stampa ("ci sono prerogative di esclusiva competenza del Presidente della Repubblica").

Le cose non vanno meglio tra gli alleati del Pdl. Nonostante il presidente della Repubblica abbia ottimi rapporti con alcuni esponenti della Lega, in più di un'occasione gli uomini in camicia verde si lasciarono andare in intemerate piuttosto discutibili.
La più clamorosa, quella del sindaco di Verona, Flavio Tosi che - era il 28 giugno 2007- aveva detto: "Tolgo dal mio studio la foto di Napolitano perché da lui non mi sento rappresentato. È un comunista ed è stato eletto con una vistosa forzatura delle buone regole parlamentari". Una scelta (seguita da una retromarcia con tre anni di ritardo) che fece clamore, scatenando dure reazioni parlamentari.

Parole gravi, parole gravissime, ripetevano dall’opposizione, difendendo Napolitano, “supremo garante della Carta”.
Ma anche l’altra metà della politica non ha riservato, al dunque, grosse sorprese. Gli esempi sono più rarefatti, ma ci sono.
Stupiscono per frequenza – tra le altre – le dichiarazioni di Antonio Di Pietro.
Correva l’anno 2009, si discuteva di riforma della giustizia e il leader dell’Idv, da Piazza Farnese a Roma si rivolse così a Napolitano: “A lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?”.
Bufera su bufera. Con il Pdl, stavolta, a correre a schierarsi compatto in difesa del Colle. Pronti di nuovo a replicare, magari a parti invertite.

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