Milano, gli stranieri vogliono più bus e meno delinquenza

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Il presidente dell’Istituto islamico propone per le prossime amministrative una lista civica di immigrati, laica. Gli aventi diritto di voto sono 40mila. Sky.it ha chiesto a egiziani, ucraini e cinesi cosa cambierebbero della città. Ecco le risposte

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di Greta Sclaunich


Sicurezza, trasporti, integrazione. E wi-fi gratuito in tutta la città.
Il presidente dell’Istituto islamico di viale Jenner Abdel Hamid Shaari sta lavorando a “Milano nuova”, una lista civica di immigrati laica e aperta a tutte le nazionalità (italiani compresi). Ma loro, gli stranieri, una serie di richieste per il Comune le hanno già. Paula, argentina, vuole una città più vivibile, Hossain, bengalese, chiede sgravi fiscali e Fibret, turco, un sistema di trasporti più efficace.
Paula, Hossain e Fibret sono solo alcuni dei 181.393 stranieri residenti a Milano. Ne abbiamo incontrati 16, per sapere quali sono le loro proposte e richieste all’amministrazione comunale. In altre parole: loro, se fossero candidati, cosa proporrebbero? In una città dove un residente su sette è straniero e i potenziali votanti alle prossime amministrative 40mila (secondo i calcoli dell’assessore ai Servizi civici Stefano Pillitteri, 11mila residenti che hanno ottenuto la cittadinanza italiana e 28mila residenti in arrivo da Paesi Ue che potrebbero presentare la domanda per votare), gli stranieri non sono (ancora) una lista ma una forza in grado di spostare la bilancia elettorale di certo sì.


Simon Agbotcho, togolese di 35 anni, 6 mesi di lavoro in Italia come commesso: per lui “l’amministrazione pubblica è distante dai cittadini, bisognerebbe renderla più vicina ed accessibile per tutti”. La pensa così anche Aallasan Ellal, 52 anni, arrivato a Milano trent’anni fa da Casablanca, ora proprietario di un piccolo market: “Troppa burocrazia, sarebbe bello si riuscisse a snellirla”.
Asmaa Gueddouda, 23 anni, nata a Milano ma di origini algerine, gestisce la libreria islamica dei suoi ed è molto attenta alle tematiche dell’integrazione. Specialmente per quanto riguarda quelli che, come lei, appartengono al gruppo degli “immigrati di seconda generazione”: “Servono luoghi dove ritrovarci, posti per noi”. Annuisce la sua amica Sara Aly, studentessa, anche lei 23 anni, anche lei nata a Milano ma di famiglia egiziana: “E’ importante dar voce a chi non ce l’ha. Ma non capisco perché quando parlano di noi i politici tirano in mezzo le moschee: sono argomenti molto lontani dai giovani come me, noi siamo più attenti alla vita sociale”. Davide Wang ha 21 anni, fa il barista, è in Italia da 13 e arriva dalla Cina. Dice che Milano “mi piace così com’è. Abbasserei le tasse, ma questo non lo dite sempre anche voi italiani?”. Hossain Khirat, bengalese di 34 anni, da un paio gestisce una bancarella di occhiali da sole, accendini, ombrelli: anche per lui la priorità andrebbe “agli sgravi fiscali: la tasse sono davvero troppe alte”.

Antoine Le secq ha 24 anni, viene dalla Francia e da un anno e mezzo lavora per un sito internet in un’elegante via milanese. Per lui la priorità è “rimettere a posto il centro della città, che vorrei fosse pedonale. Per non parlare dei collegamenti wireless in tutta la città, ovviamente gratuiti”.
Vive in centro da soli tre mesi, fa il modello ma un’idea, anche se sommaria, Rohan McLaren, 22 anni, se l’è già fatta: rispetto alla sua Australia “Milano è davvero troppo sporca. Quello che farei è darle una bella ripulita e organizzare meglio i servizi di nettezza urbana”.
Amir Seradji, 26 anni, è arrivato sei anni fa da Teheran per studiare design. “Sono contrario al concetto di Milanistan: Milano è italiana, e non deve subire l’immigrazione ma accoglierla in maniera attiva e propositiva. Io lo farei dando più spazio alle Ong e in generale all’associazionismo, in modo da sviluppare il dialogo con diverse culture”. Viene dall’Ucraina ma la pensa allo stesso modo anche Olena Korzunetska, 29 anni, da dieci in Italia. Lavora come addetta alle vendite e adora Milano: “Ma ci sono troppi fastfood e troppi pochi posti dove mangiare un buon risotto alla milanese. Bisogna italianizzare la città, almeno nel centro puntare sul made in Italy e sulla tradizione, altroché kebab”.
Anche Paula Yankillevich, argentina di 36 anni e in Italia da 18, concentra la sua attenzione - e quella dell'associazione per cui lavora - sulla città. Che “va resa più vivibile, sarà tanto di guadagnato per la qualità della vita. A lungo andare, questo aiuterà anche a ridurre la criminalità”.

Sulla criminalità si focalizza invece Zuzana Kluckova, slovacca, 29 anni. In cinque anni a Milano come addetta alle vendite ha avuto modo di rendersi conto che “la sera e la notte non ci si sente molto sicuri. Aumenterei la sicurezza nelle strade, ma migliorerei anche il servizio dei mezzi pubblici che ora sono pochi e hanno un orario insufficiente alle esigenze dei cittadini”. Fibret Yalain è turco, ha 21 anni e da due sta dietro il bancone di un ristorante di kebab: finisce spesso tardi e “i bus sono sempre affollati, bisogna aumentarli”.
Non solo bus, ma anche biciclette. Contro “le piste ciclabili insufficienti” punta il dito Debbie Bibo, californiana di 42 anni che vive in Italia da 18 anni. Lavora come project manager in uno studio di grafica e denuncia anche “troppi tagli nell’arte: l’offerta culturale di Milano è sempre più scarsa”. La sua collega, la grafica Duska Karanov, 46 anni, sottolinea la mancanza di “offerte per i bambini, che sono ridicolmente inadeguate”. Vive da 24 anni a Milano ma della natia Belgrado rimpiange “la vita notturna e la sua vivacità: mi piacerebbe vedere anche qui negozi, ristoranti e bar aperti fino a tardi. Non soltanto discoteche”.
Se dovesse avanzare una proposta, Blerina Kushta (studentessa, 24 anni, arrivata da Tirana sei anni fa) vorrebbe “valorizzare le zone degli immigrati, come via Padova e via Sarpi, anziché ghettizzarle”. Ma all’idea della lista per stranieri lei in fin dei conti è contraria: “Preferirei vedere noi immigrati inseriti in tutte le liste, e non costretti a crearcene una per far sentire la nostra voce”.

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