Da una sponda all'altra: quando la politica è "girevole"

L'aula di Montecitorio
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Nel 2008 i movimenti rappresentati in parlamento erano otto, dopo la fiducia al governo sono diventati quattordici. Tra fughe, nascite di nuovi partiti e diserzioni, è la fine del bipartitismo immaginato solo due anni fa da Veltroni e Berlusconi?

di Filippo Maria Battaglia

I finiani che abbandonano il Pdl e annunciano la fondazione di un “nuovo soggetto politico”. I dissidenti udc siciliani che approdano al gruppo misto.
I parlamentari rutelliani che lasciano il Pd, creano l’Api, e perdono a loro volta altri due deputati, Cesario e Calearo.  E ancora i casi della truppa isolana dell’Mpa, di Achille Serra e di Francesco Nucara.
La fiducia ottenuta dal governo prima alla Camera dei deputati e poi al Senato dal governo, fotografa un parlamento diverso, anzi diversissimo rispetto a quello eletto e votato alle elezioni politiche del 2008, e potrebbe mandare in soffitta l'idea del bipartitismo immaginato da Berlusconi e Veltroni.
E' vero: la nostra Costituzione, all’art. 67, prescrive il divieto di mandato imperativo (nessun vincolo, il parlamentare può scegliere chi appoggiare e risponde solo all'elettorato a fine legislatura); eppure  fanno comunque una certa impressione le decine di fughe e di diserzioni dei parlamentari nell’ultimo biennio.

L’opposizione - Dopo le elezioni di due anni fa, i gruppi dell’opposizione dovevano essere due: quello dell’Udc e quello formato dal Pd e dall’Idv.
Così almeno prevedeva l’accordo siglato tra Antonio Di Pietro e Walter Veltroni prima del voto. E così non è stato, per espressa volontà dell’ex magistrato.
Tre gruppi, dunque, anziché due. A cui, a fine dell’anno scorso, si sarebbe presto aggiunto un quarto, l'Api di Rutelli, che avrebbe raccolto una mezza dozzina di transfughi di Pd e Idv, prima di perderne – ma questa è davvero cronaca di questi giorni – altri due: Massimo Calearo e Bruno Cesario, che hanno votato a loro volta diversamente alla mozione di fiducia alla Camera: il primo si è astenuto, il secondo ha detto sì.
All’opposizione, per ora, sono anche i deputati liberal-democratici, eletti nel 2008 nelle fila del Pd; si è astenuto la Südtiroler Volkspartei, il partito autonomista della provincia di Bolzano, che al Senato si era presentato con Pd e Idv. I radicali - sulla cui affidabilità in molti avevano manifestato dubbi - sono rimasti invece tra i pochi a rimanere ancorati all'interno del Partito democratico.

La maggioranza - Acque agitate anche nella maggioranza. Qui, stando ai risultati delle elezioni del 2008, i partiti rappresentati in aula dovevano essere tre: Pdl, Lega e la flotta dell’Mpa capitanata dal governatore siciliano Raffaele Lombardo.
Sono diventati quattro, anzi cinque, grazie a due scissioni. Alla tavola parlamentare, si sono infatti aggiunti Futuro e libertà, dopo la separazione tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, e Noi Sud, a seguito della frattura politica tra Enzo Scotti e Lombardo.
Ruotano attorno alla cometa del governo, anche un parlamentare repubblicano (Francesco Nucara, quello che avrebbe dovuto guidare la pattuglia dei “deputati responsabili”) e Francesco Pionati, eletto nell’Udc e ora a capo dell’Alleanza di Centro.
Il partito di Casini può però sentirsi ripagato da un'ultima, recentissima, acquisizione: l'ex prefetto Achille Serra, un passato come parlamentare di Forza Italia,  poi eletto nel 2008 con il Pd di Veltroni e che alle accuse di trasformismo replica: "Lo so. Lo stupido cambia idea ogni giorno oppure mai". E allora viva l'intelligenza.

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