Bossi e Berlusconi: quando il rapporto è di "sfiducia"

Umberto Bossi e Silvio Berlusconi (Credits: Getty Images)
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Dal '94 il legame tra i due è stato scandito dall'ossessione del “voto contro”. Oggi, con una paralisi politica che si annuncia problematica, potrebbe diventare un’opportunità. Intanto il premier frena il Senatùr e dice: “Abbiamo il dovere di governare”

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di Filippo Maria Battaglia


Otto lettere e un’ossessione: la sfiducia.
Sedici anni dopo la prima volta, quella parola torna nell’agenda politica di Silvio Berlusconi.
Il mittente è sempre lo stesso, la Lega Nord. Umberto Bossi non esclude di votare contro i cinque punti del governo. “Ci sono anche queste possibilità” dice ai cronisti che incontra a Montecitorio, dopo che Gianfranco Fini ha fatto sapere che lui non ha nessuna intenzione di abbandonare la presidenza della Camera e di essere il responsabile della crisi parlamentare della maggioranza.

Il parallelo con il primo esecutivo guidato dal Cavaliere nel 1994 è, dunque, immediato. Anche se in comune con quella situazione, resta solo una parola.
Per quella decisione, che sedici anni fa costò la remissione del suo primo mandato a Berlusconi,  Bossi era un “Giuda”, un “ricattatore”, un traditore, che tenta “un furto con scasso per mere ambizioni di potere”.
Il Cavaliere, da parte sua, divenne “il Peròn della mutua” a cui “noi della Lega togliamo la fiducia” e grazie a cui “finisce la Prima Repubblica”.
Fu rottura totale, Berlusconi ritornò ad essere un semplice parlamentare e per tornare a Palazzo Chigi dovette aspettare altri sette anni. Di nuovo con la Lega (è il 2001) e con la più ampia maggioranza parlamentare del dopoguerra.
Nonostante intese, abbracci e strette di mano, quella parola (la sfiducia, appunto) non andò però in soffitta. A utilizzarla, quella volta, ci pensarono Gianfranco Fini e Marco Follini, leader degli altri due partiti, An e Udc, alleati con Forza Italia.
“Siamo gli unici che non l’abbiamo tradito” ripetevano ossessivamente a chi chiedeva commenti sui contrasti crescenti tra una parte della maggioranza e l’asse Bossi-Berlusconi. Poi, per più di tre anni, più niente: solo spazio per un biennio trascorso all'opposizione, un nuovo giro di alleanze (stavolta senza l'Udc, indigesta al Senatùr), e soprattutto un nuovo partito, il Pdl, fondato con Fini ma senza la Lega, eppure sempre fedele all'alleanza con l"amico Umberto".

La sfiducia torna ora con un altro governo (il Berlusconi ter), dopo un’estate al veleno fatta di dossier su compravendite di case, attacchi tra fondazioni culturali e giornali di proprietà della famiglia del premier; e, soprattutto, con un rapporto politico ormai finito, sancito dal discorso di Gianfranco Fini a Mirabello.
E non cambia neppure il mittente, quell'"alleato di ferro" (sono parole del premier) che fa il nome di Umberto Bossi.
Lo scopo, invece, è decisamente un altro: forzare la mano, ottenere la sfiducia e andare ad elezioni anticipate.
Rispetto a sedici anni fa, "B&B" - come venivano chiamati dai cronisti  - sono ancora amici. Nessun tradimento, nessun accusa di piduismo o di sfascio della democrazia.
Ma una strana coincidenza: oggi, come nel '94, Berlusconi parla di senso di responsabilità, preme per "andare avanti per il bene del Paese" e dice: "Abbiamo il dovere di governare". Differenziandosi da Bossi e trovandosi insospettabilmente d'accordo con Gianfranco Fini.

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