Vertice Bossi-Berlusconi per decidere sul futuro del governo

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Incontro notturno tra i due leader del centrodestra. Obiettivo, valutare il prosieguo della legislatura. Il Senatùr accelera sul voto: "Se il premier dava retta a me e andava alle elezioni, Fini, Casini, la sinistra... tutti quanti scomparivano"

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Un vertice per stabilire le prossime mosse dopo il discorso di Gianfranco Fini. Silvio Berlusconi invita Umberto Bossi ad Arcore in un incontro che, dopo quello interlocutorio di Lesa, potrebbe essere decisivo per il proseguo della legislatura.
A fianco dei due leader i consiglieri più stretti: Denis Verdini e Niccolò Ghedini con il premier; Roberto Calderoli, Roberto Maroni accanto al Senatur. Assente, perché impegnato all'Ecofin, Giulio Tremonti.
Prima di ricevere la delegazione leghista, il Cavaliere ha fatto il punto con i 'fedelissimi': Franco Frattini, Mariastella Gelmini, Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto, Niccolò Ghedini. Al telefono sente altri dirigenti e consiglieri, come Gianni Letta e Paolo Bonaiuti. Quest'ultimo, prima dell’incontro, si fa interprete delle colombe: a Mirabello, dice il portavoce, non c'è stato un fatto "traumatico"; il governo andrà avanti con i "cinque punti" del documento su cui a breve chiederà la fiducia in parlamento.

Prevale il pessimismo - Ma ad Arcore prevale il pessimismo. Chi lo ha visto racconta di un Berlusconi di pessimo umore, deluso, scoraggiato. Ma al di là dello stato d'animo, quello che emerge è un premier indeciso sulle prossime mosse. Ripete che i nodi sollevati dal discorso di Fini a Mirabello, lungi dall'essere politici, sono personali. Ma è su altro che concentra la sua attenzione: il suo timore è che quella accusa di "incompatibilità” contro l'ex leader di An si trasformi in un boomerang in caso di voto, mostrandolo come l'autore dello strappo.
Circostanza che lo penalizzerebbe non poco nelle urne. Ecco perché, come ha detto Cicchitto lasciando Arcore, lo show down dovrà avvenire in parlamento, non prima. Solo in aula il premier potrà verificare se il sospetto che i finiani intendano solo "logorare" e "vietnamizzare" (copyright di Osvaldo Napoli) il governo sia vero. Se così fosse Berlusconi è stato perentorio: se rottura sarà, dovrà essere imputabile unicamente a Fini e su un argomento non attinente alle vicende personali del premier, ma su tematiche che interessino i cittadini.
Ecco spiegato lo stralcio del processo breve. Il tema non è stato ancora deciso, ma c'è chi scommette che i leghisti proporranno il federalismo come banco di prova visto che Fini, ieri, ha chiesto che il Sud non venga penalizzato. Comunque sia, l'intento del Cavaliere è di restituire a Fini il cerino. Quello che emerge, dunque, è un Berlusconi ancora orientato a esperire tutti i tentativi prima di gettare la spugna e avviarsi - suo malgrado e sempre che il Quirinale non decida altrimenti - a delle rischiosissime elezioni anticipate. Con la roulette di numeri incerti soprattutto al Senato.

Bossi contro Fini - Ma se è davvero così, il problema probabilmente sarà frenare il pressing leghista che, almeno dalle dichiarazioni, sembra puntare dritto alle urne. "Se Berlusconi dava retta a me e andava alle elezioni Fini, Casini, la sinistra... tutti quanti scomparivano", ha ribadito Bossi, che torna a puntare il dito su un aspetto del discorso di Fini: l'apertura su una modifica della legge elettorale. Ancora più esplicito Roberto Cota: "Le parole di Fini pesano come macigni. Margini per ricostruire? La vedo difficile".
Ed anche il solitamente ottimista Roberto Maroni vede poche alternative: "L'intervento di Fini apre tanti scenari: un immediato ricorso alle urne o un proseguimento della legislatura con un patto che però c'e' già"' Il sentiero per evitare il voto, dunque, è strettissimo. E passa per quei finiani 'moderati' ai quali Berlusconi più volte si è appellato. Anche perché il dialogo con l'Udc non sembra aver finora prodotto risultati concreti. Ma le speranze sono ridotte al lumicino.
Tanto che anche i fedelissimi del Cavaliere iniziano a scalpitare: "Andiamo a votare a novembre o dicembre; a marzo sarebbe troppo tardi", taglia corto Francesco Giro. Mentre Daniele Capezzone ribadisce la richiesta di dimissioni dell'ex leader di An dallo scranno più alto di Montecitorio.

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