Referendum acqua: entra in campo il fronte del "no"

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All'indomani della presentazione in Cassazione dei tre quesiti "contro la privatizzazione", si costituiscono in comitato coloro che si oppongono alla consultazione referendaria. Parlano di "disinformazione". E raccolgono sostegno bipartisan in Parlamento

di Serenella Mattera

“La tua acqua alla Casta? No!”. Con questo slogan si apre ufficialmente la battaglia referendaria sull’oro blu. Perché all’indomani della presentazione delle firme in Cassazione per chiedere che l'acqua "torni ad essere pubblica", fa la sua comparsa sulla scena il comitato Acqualiberatutti, costituito da chi con quell'iniziativa non è affatto d'accordo e denuncia un tentativo di “nazionalizzazione dei servizi idrici”. Al fronte del “sì”, si contrappone fin da subito, dunque, un fronte del “no”. Che si costituirà davanti alla Corte Costituzionale per chiedere che i tre quesiti presentati dal Forum dei movimenti per l'acqua siano dichiarati inammissibili e che il referendum non venga indetto. Ma se la consultazione si svolgerà, il comitato cercherà di convincere gli italiani che votare “sì” all’abrogazione del decreto Ronchi e delle altre norme che prevedono l’ingresso dei privati nella gestione delle risorse idriche, sarebbe solo “dannoso”.

“Se vincerà il fronte del sì – spiegano dal comitato – uno dei risultati inevitabili sarà che i cittadini dovranno pagare una nuova tassa per l’acqua. Infatti per far fronte agli innegabili sprechi e ai necessari investimenti di ammodernamento degli acquedotti, che perdono la metà dell'acqua trasportata, servono 60 miliardi di euro”. Affidare tutta la gestione allo Stato, come chiede il Forum dei movimenti per l’acqua nei suoi quesiti referendari, non sarebbe, insomma, una soluzione. Al contrario, potrebbe dare vita ad altri “buchi di bilancio, sprechi e carrozzoni pubblici” che finirebbero nelle mani della Casta e “sarebbero magari gestiti da politici trombati alle elezioni che cercano solo una sistemazione”.

“La nostra è una lotta simile a quella di Davide contro Goria – dice Antonio Iannamorelli, promotore di Acqualiberatutti e giovane amministratore locale del Partito democratico – Attraverso una disinformazione pervicace e giocando sulla paura dei cittadini, i movimenti per l’acqua hanno infatti raccolto oltre un milione di firme. Contro questo ci battiamo, sapendo che daremo fastidio. Già abbiamo avuto qualche segnale: più della metà dei commenti comparsi sul nostro sito sono anonimi e contengono insulti e minacce”.

L’idea della nascita di un comitato per il “No” è venuta a un gruppo di giovani amministratori locali del Pd, ma sta raccogliendo l’interesse e le adesioni non solo di ricercatori, professionisti ed esponenti della società civile, ma anche di politici di entrambi gli schieramenti. Dall’ex ministro Franco Bassanini al vicepresidente della commissione Lavoro della Camera Giuliano Cazzola (Pdl). E poi l’eurodeputato Gianluca Susta (Pd) e i parlamentari Lucio D’Ubaldo (Pd), Sandro Gozi (Pd), Benedetto Della Vedova (Pdl), Anna Teresa Formisano (Udc).

“Le firme per il referendum sono arrivate facili, sulla base di una falsificazione propagandistica che fa male. Ma il messaggio è sbagliato: qui è in discussione non la proprietà, ma il servizio di trasporto dell’acqua dalla sorgente al rubinetto, che ha dei costi”, sottolinea Della Vedova. Il deputato del Pdl non risparmia una stoccata al segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che ha sempre mostrato di guardare con interesse al referendum: “Quella consultazione è una bomba a orologeria per lui. Perché l’acqua in realtà rimane un bene di tutti e prima o poi anche il Pd dovrà spiegare qual è la verità”.

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